TORINO FILM FESTIVAL 26 - "Return to the Scene of the Crime", dI Ken Jacobs (La Zona)

Se il cinema, nel suo susseguirsi rapido di immagini, è "violenza all'occhio", allora l'immagine è bloccata per violentare doppiamente l'occhio dello spettatore, bombardandolo di lampi cromatici e di particolari talmente ingranditi, da sembrare non più ombre o sfumature di grigi, ma organismi unicellulari che si muovono sullo schermo.

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Return to the Scene of Crime

Ogni immagine ha nel suo attimo rappresentato un’enormità di valori: sembra essere questo il messaggio che Ken Jacobs, settantacinquenne regista americano, continua a dirci con i suoi film. Con Return to the scene of the crime, il cineasta di New York, si riconfronta con una delle sue opere più celebri, Tom, Tom, the Piper’s son (1969), esperimento cinematografico in cui un piccolo cortometraggio del 1905, viene registrato dalla macchina da presa di Jacobs e poi esplorato, ingrandito e mostrato fin nei suoi minimi particolari. Questa volta il regista prende solo alcuni secondi del film muto, e si concentra sugli attimi che precedono e seguono il “crimine”: il momento in cui Tom, durante una festa, ruba un maialino. L’attenzione di Jacobs non è tanto sull’azione del protagonista, ma soprattutto nell’orchestrazione di gesti, espressioni e particolari che si svolge in secondo piano: la ragazza che sorride di sfuggita, la donna che tesse col filo, l’acrobata che agita il suo fazzoletto e saluta, le icone che si intravedono sul fondale; tutto ciò che contribuisce alla riuscita di quei pochi secondi di film, al suo tentativo di naturalità è “guardato” dal regista. Con la sua macchina da presa, Jacobs ci “mostra” qualcosa che è già presente sullo schermo, non modifica nulla, ma si limita a registrare un momento di cinema. Se il cinema, nel suo susseguirsi rapido di immagini, è “violenza all’occhio”, allora l’immagine è bloccata per violentare doppiamente l’occhio dello spettatore, bombardandolo di lampi cromatici e di particolari talmente ingranditi, da sembrare non più ombre o sfumature di grigi, ma organismi unicellulari che si muovono sullo schermo, macchie incolori che assumono la più svariate forme. Jacobs riesce così a riportare lo spettatore a quel cinema delle origini - da cui il film originale del resto deriva - che faceva del puro spettacolo la sua ragione di esistere, il cui unico obiettivo era la “mostrazione”. Il cinema è per Jacobs il giocoliere – che non ha caso è chiamato “Dio” - , l’uomo che riesce a concentrare su di se l’attenzione di tutte le persone che lo circondano con un  semplice esercizio (il cinema umile), ma a cui basta un attimo di distrazione (il cinema che pretende di assurgere a qualcosa di alto) per vedere perso tutto il suo fascino: il giocoliere perde le palline e nello stesso momento Tom prende il maialino concentrando su di sé tutti gli sguardi. E l’urlo disperato dell’uomo («No, non uscite dal fotogramma! Non c’è nulla là fuori!») diventa l’urlo del cinema stesso, privo del suo pubblico, spaesato come il giocoliere che fa ancora una capriola per cercare disperatamente qualche spettatore.

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