CANNES 62 - "Tetro", di Francis Ford Coppola (Quinzaine des réalisateurs)
Un film privato, quasi familiare, di eccessiva densità, che raggiunge in alcuni momenti la grandiosità di un’opera lirica. Forse troppo teorico nei momenti delle rappresentazioni teatrali dove la vita diventa arte, ma vibrante nel modo in cui il cineasta mette in gioco se stesso la sua autobiografia, dove il sangue, la passione, il dolore sono come in un unico flusso che scorre quasi ininterrottamente
Ricicla il tempo perduto il cinema di Francis Ford Coppola. Nelle sue dimensioni di ‘piccolo film indipendente’ rispetto a quella smisurata magniloquenza dello straordinario Un’altra giovinezza, Tetro sembra ri/mettersi sulla scia di I ragazzi della 56° strada e Rusty il selvaggio. Di quest’ultimo riprende il prevalente utilizzo del bianco e nero con le immagini dei flashback a colori che sono come degli squarci improvvisi, violenti, proprio all’interno della pellicola e che mettono in luce i segni di un passato tragico che riprende forma malgrado la volontà di rimuoverlo. Al tempo stesso il colore assume le fosche tinte del dramma passionale (con la figura del direttore d’orchestra e la sua musica che sembrano accentuarlo) ma anche della passione/cinefila, evidente nell’omaggio del regista al cinema di Powell e Pressburger.
Tetro ha come protagonista Bernie (Alden Ehrenreich), un ragazzo di 17 anni che arriva a Buenos Aires alla ricerca del fratello più vecchio (Vincent Gallo) che 10 anni prima ha abbandonato New York giurando di non voler più rivedere la sua famiglia e in particolare il padre Carlo (Klaus Maria Brandauer), celebrato direttore d’orchestra. L’uomo è uno scrittore di talento ma malinconico che ora si fa chiamare Tetro.
Il cinema di Coppola attrae sempre per la sua eccessiva densità. Dentro Tetro – che come ha dichiarato lo stesso regista è il film più autobiografico – c’è tutta la riflessione sul talento, sulla distanza tra vita e arte e soprattutto quei ‘legami viscerali di sangue’ che erano già al centro della trilogia de Il padrino. La contrapposizione tra Tetro e il padre è filmata con un trasporto che raggiunge quasi le zone segrete dei due protagonisti, con il primo interpretato da un eccezionale Vincent Gallo che vive sulla sua pelle i segni del fallimento e del passato che l’ha segnato. Coppola, autore della sceneggiatura originale del film come in Non torno a casa stasera e La conversazione, da forma a una tragedia da teatro d’opera, con frammenti intimi e familiari che assumono la grandiosità di una rappresentazione lirica. Da questo punto di vista, restano scolpite certe immagini come quella di Tetro che si affaccia dal balcone della sua abitazione dopo che Bernie è stato investito in strada. Anche in quest’ultimo, che indaga sulla memoria del fratello (e quindi di riflesso anche sulla sua) cresce una smania incontrollata nel cercare di venire a contatto con quei segreti che sono come seppelliti in quella scatola che Tetro ha in casa. Forse risultano più elaborati i momenti delle rappresentazioni teatrali (soprattutto la riflessione sul binomio vita-spettacolo evidente nella pièce che ha scritto Bernie) e in quegli squarci del Festival della Patagonia dove il gioco si fa più esplicito. Potrebbero essere brani di un altro film, forse di un documentario. Oppure di una finzione nella finzione. Il sangue smette per un attimo di scorrere. Solo però provvisoriamente. Poi riprende a fluire. Ininterrottamente.
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