CANNES 62 - "Kinatay", di Brillante Mendoza (Concorso)
Film diviso come in due parti dove nella prima domina un realismo portato al punto limite mentre la seconda è notturna e angosciante e sfocia quasi in un horror da B-movie. A volte estenuante nel modo di dilatare temporalmente l’azione, l’opera però conferma il talento del cineasta filippino soprattutto nel modo in cui le tracce di finzione sembrano confondersi nel documentario
In concorso per la seconda consecutiva a Cannes dopo Serbis del 2008, il cineasta filippino Brillante Mendoza con Kinatay realizza un’opera che appare divisa in due parti. La prima, che si svolge nel pieno delle strade di Manila, è caratterizzata da un realismo portato quasi a un punto limite come avveniva in Tirador; lo sguardo del regista deambula nelle strade, disperdendosi in un insieme di ambienti, colori, suono, seguendo a fatica con la macchina a mano un ‘corpo tra la folla’. Questa parte di Kinatay è luminosa, caotica e festosa e apre anche squarci prima imprevisti nel suo cinema come l’immagine del mare. La seconda cambia completamente tono. Notturna, angosciante in un viaggio senza fine prima tra locali di spogliarelliste e poi sul luogo del crimine.
Protagonista del film è Peping, un giovane studente di criminologia che è reclutato dal suo vecchioo compagno per delle mansioni al servizio di una gang locale di Manila. Questa attività gli permette di guadagnare il denaro necessario per far mantenere il suo bambino e la sua giovane fidanzata, che ha deciso di sposare. Ma ha bisogno di altro denaro. E’ così che Abyong gli propone di collaborare a una “missione speciale” ben pagata.
Dopo Serbis anche Kinatay è un’opera estrema, in cui si assiste a un progressivo disfacimento. Non ha la forza di film come Foster Child ma è forse il suo film più inquietante dove si avvicina alle forme di un horror da B-movie, soprattutto in tutta la parte successiva al rapimento della spogliarellista in cui si entra, anche sensorialmente, in questa zona d’ombra che caratterizza un percorso pressocché interminabile. A volte estenuante nel modo di dilatare temporalmente l’azione, Kinatay però conferma il talento del cineasta filippino soprattutto nel modo in cui le tracce di finzione sembrano confondersi nel documentario. Peping è catturato dalla macchina da presa, perso, ritrovato. La parte finale, con il giovane che scende dal taxi ed è avvolto dal traffico e dai suoi rumori prima di rimontare sull’autovettura, rappresenta l’esempio di una dispersione individuale ma anche spaziale che si fa sempre più accentuata. Come in tutto il suo cinema, in Kinatay appare poi interessante il lavoro che Mendoza fa sul suono, in cui si crea una dimensione uditiva parallela a quella visiva. I rumori formano quasi un’altro film e caricano ulteriormente ogni immagine. A volte forse troppo cariche ma nelle quali c’è un’idea coerente di cinema.
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