VENEZIA 66 - "Lola", di Brillante Mendoza (Concorso)
Il regista filippino si allontana dalle tenebre sporche e violente di Kinatay, dalla radicalità stilistica del suo cinema precedente. Prende più tempo, attenua il frastuono del mondo, quell’uragano incontrollabile di voci e suoni che sembrava affossare tutto in un gorgo di infelicità. E’ come se non ricercasse più la densità dell’umanità che affolla il quadro, per lasciare il posto all’intensità delle emozioni
L’ultimo, splendido film a sorpresa di questa Mostra di Venezia viene dalle Filippine, dal genio sregolato e irriducibile di Brillante Mendoza, appena reduce da un premio a Cannes per il cupo e tragico Kinatay. Due film nel giro di pochi mesi, due esplosioni ravvicinate di un cinema che testimonia una vitalità irrefrenabile e una potenza creativa sorprendente. Dopo aver raccontato della tragica educazione di un ragazzo alla vita e all’orrore, Mendoza ora volge il suo sguardo all’altra estremità dell’esistenza, alla vecchiaia e incrocia i destini di due anziane donne: Lola Sepa e Lola Puring. Lola...parola che in tagalog significa nonna, termine che non ha valore e senso solo nell’ambito familiare, ma che è patrimonio del linguaggio comune, segno di rispetto e deferenza. Lola Sepa ha appena perso il nipote, ucciso nel corso di una rapina, e vaga per la città in cerca dei soldi per la sepoltura. Lola Puring è la nonna del ragazzo sospettato del crimine. Anche lei si mette alla disperata ricerca del danaro per la scarcerazione del suo Mateo. Due donne anziane piegate dal peso degli anni e dall’abitudine al dolore. Eppure due donne ancora non dome, non spezzate, animate da finalità solo all’apparenza differenti. In realtà la radice delle loro azioni è unica. Si chiama amore, quel sentimento inscalfibille che è cura, fatica e preoccupazione, sacrificio e dedizione. Quel sentimento che fa apparire come un dolcissimo e disperato atto di dolore anche la più meschina delle azioni. Qualsiasi furto, qualsiasi bassezza.
Lola Puring, misera venditrice ambulante, inganna un cliente. Nel nome dell’amore. Mendoza sa che il giudizio è un lusso mortale. Non se lo può permettere. E’ troppo concentrato a guardare, a leggere nel volto delle sue nonne, delle sue straordinarie interpreti, quell’umiltà che coincide con una dignità antica e magnifica. Il mistero della maternità. Sorridere davanti alla caduta e resistere alla morte. Si scorge qualcosa che assomiglia al senso profondo di un cristianesimo istintivo, originario, rivoluzionario. E nel confronto con le giovani generazioni, perse dietro i simulacri di un benessere capitalistico innaturale (cellulari, televisioni), emergono i segni evidenti dello sgretolamento progressivo dei valori tradizionali. I desideri corrono veloci e i sogni, ormai facili, non sono più sogni. E’ la fine del tempo degli uomini. Animato da questo fuoco, Lola si allontana dalle tenebre sporche e violente di Kinatay, dalla radicalità stilistica di Service e dei film precedenti. Pur raccontando ancora una volta di spostamenti e spaesamenti, ricerche che tracciano traiettorie geografiche, umane e sociali, Mendoza aspira a un maggior controllo dei materiali, della messa in scena. Prende più tempo, attenua il frastuono del mondo, quell’uragano incontrollabile di voci e suoni che sembrava affossare tutto in un gorgo di infelicità. E’ come se non ricercasse più la densità dell’umanità che affolla il quadro, per lasciare il posto all’intensità delle anime e delle emozioni. Non mancano ovviamente gli spiazzanti, vitali imprevisti di un cinema che si riflette nell’attimo stesso della creazione. Un uomo che cade nel fiume durante il funerale, uno sguardo in macchina, un corpo che acceca l’obiettivo. Ma stavolta Mendoza insegue anche altro: lo sguardo notturno sulle case e il fiume, una corsa a perdifiato tra le anatre, i pesci, simboli di vita e fede, che si materializzano a rendere meno insopportabile la morte. E’ qui la meraviglia di Lola: la ricerca di un respiro lirico nuovo, di quella visione che oltrepassi i limiti dell’inquadratura per afferrare la magia allucinata di un’emozione impalpabile, indicibile.
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