TORINO 27 - "Le refuge", di François Ozon (Festa mobile)
L’elaborazione del lutto e la gravidanza, un battito che, crescendo nel grembo, diventa una silenziosa promessa di vita e, al tempo stesso, rimane un’invisibile presenza così estranea, così violenta nel suo parassitismo che consuma e trasfigura il corpo. Ancora una volta François Ozon si confronta con l’instabilità pericolante della forma umana, con la sua identità precaria e incompleta, sempre in attesa di un gesto, di un contatto, che possa salvarla dall’esclusione e dalla solitudine
L’elaborazione del lutto e la gravidanza, un battito che, crescendo nel grembo, diventa una silenziosa promessa di vita, di futuro e, al tempo stesso, rimane un’invisibile presenza così estranea, così violenta nel suo parassitismo che consuma e trasfigura il corpo. Le refuge racconta la maternità non come desiderio di procreazione, ma come uno stato di transizione, di sospensione attraverso il quale si cerca di dare un senso al dolore della perdita della persona amata e di trovare un posto nel mondo. Ancora una volta François Ozon, con la sua galleria di spazi chiusi dove ci si barrica, prigionieri della propria vulnerabilità, si confronta con l’instabilità pericolante della forma umana, con la sua identità precaria e incompleta, sempre in attesa di un gesto, di un contatto, di un’emozione che possa salvarla dall’esclusione, dal rifiuto e dalla distanza che la rende prigioniera di una soffocante solitudine. Mousse (Isabelle Carré) diventa portatrice di vita quando la morte, quella di Louis (Melvil Poupaud), l’uomo con il quale ha deciso di fuggire, di allontanarsi dalla realtà rinchiudendosi in uno stato alienato, irrompe improvvisa e terribile, cancellando implacabilmente ogni traccia di desiderio, di speranza, di futuro. Davanti alla morte Mousse sceglie di fermarsi, di sottarsi allo sguardo ormai insostenibile degli “altri” nascondendosi in una casa lontana da tutto, affacciata sull’oceano, intima e accogliente proprio come il suo grembo, e si rifugia nella sua gravidanza per imparare a sopravvivere alla mancanza, per ritrovare la strada perduta. Da tempio dissacrato e offeso - nella parte iniziale di Le refuge il vampirismo autoinfilitto alla propria carne è il martirio necessario per riuscire a far tacere i propri fantasmi interiori - il corpo di Mousse diventa uno spazio da preservare, un “sito di trasmissione”, come lo definisce lo stesso Ozon, capace ancora di generare vita. E mentre Mousse e la sua immagine scissa restituita dagli specchi che continuano a tornare nel film, cerca un nuova strada tra il disordine del suo dolore, tra l’incapacità di accettare la trasformazione del suo corpo e di entrare in contatto con la piccola vita che lo abita, Paul, il fratello di Louis vissuto all’ombra della sua famiglia, chiede asilo in quello stesso rifiugio dove Mousse si è barricata, chiede di nascondersi insieme lei e, con la sua ingenuità innocente ma sofferta, si apre un piccolo varco nel cuore grondante sangue di Mousse. Ozon spia silenziosamente la danza inscenata da due presenze opposte, eppure così simili, entrambe ferite ed incomplete, due strade che non potranno mai incontrarsi, se non per il breve e magico istante di una notte, due anime alla deriva che s’inseguono tentando di entrare di soppiatto l’uno nella vita dell’altra, per infine trovare una vicinanza inaspettata. E allora Mousse, nella coscienza di non esser ancora pronta a divenire madre, può finalmente proseguire per la sua strada, può lasciare dietro lei quello spazio d’attesa che è stato necessario per risvegliarsi alla vita e proiettarsi di nuovo in avanti.
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