TORINO 27 - "Neil Young Trunk Show", di Jonathan Demme (Festa Mobile/Paesaggio con Figure)
Per Demme ancora Neil Young su un palco, al centro di un cerchio di chitarre acustiche o in mezzo ai suoi musicisti. Elettrico e dolente, devastante e devastato, alienante e oscuramente introspettivo. Visione musicale, somma e confronto tra linee melodiche e geometrie di sguardi che ritrovi nell’improvvisazione pura. L’equilibrio è retto dal disegno scenografico che va oltre i confini canonici della visione, spingendosi ad altezze estreme, in una dimensione patafisica del sentire, ancor prima di vedere
Dopo Neil Young Heart of Gold del 2005, in cui il regista riprendeva il concerto al Nashville’s Ryman Auditorium, ancora Neil Young su un palco, al centro di un cerchio di chitarre acustiche o in mezzo a musicisti come Ben Keith, Ralph Molina, Rick Rosas, Pegi Young e Anthony «Sweet Pea» Crawford, oltre a Eric Johnson, un pittore che si esibisce durante il concerto. Insieme suonano dal vivo classici come Cowgirl in the Sand, Cinammon Girl e Like a Hurricane, pezzi eseguiti molto raramente come Mexico, Sad Movies e Ambulance Blues, e materiale più recente come No Hidden Path o The Believer. Da restare a bocca aperta, anche lo stesso Neil Young probabilmente non sarà riuscito ad argomentare, quando avrà visto per la prima volta questa meravigliosa visione musicale. Proprio Neil Young che difficilmente riuscirebbe a restare in silenzio, perché capace probabilmente di argomentare ogni cosa che circonda il suo mondo. Ha marchiato a fuoco la storia del rock, come un cowboy solitario che scende dalle montagne canadesi, lungo i sentieri più tortuosi ed impervi della musica, attraversando idealmente il punk per poi approdare infine al grunge. Elettrico e dolente, devastante e devastato, alienante e oscuramente introspettivo. Tra i titoli memorabili di Demme, almeno due ritornano alla memoria, quelli più recenti: Jimmy Carter Man from Plains e Rachel Getting Married. Il primo è un documentario appassionato del 2007 sull’ex Presidente degli Stati Uniti, il secondo è l’ultimo fantastico film di fiction girato dal regista statunitense. Proprio appassionato, struggente, contaminante è Neil Young Trunk Show. Con sette telecamere circonda il musicista, sgranando l’immagine, folgorando il volto e il corpo che si torce: luci fiammeggianti sparate nello sguardo dello spettatore e il buio della sala da concerto che avvolge note
tormentate. Al di là del pur bellissimo documentario di Martin Scorsese sui Rolling Stones, di qualche anno fa. Con Rachel sta per sposarsi, Demme sembra idealmente legarsi alla scena conclusiva in cui Rachel, dopo aver salutato la sorella che deve rientrare al centro disintossicazione, fissa dal portico di casa il suo giardino vuoto del giorno dopo il suo matrimonio e intanto i titoli di coda si sovrappongono alle immagini e alla musica conclusiva. Panta rei senza tregua, che accumula e non disperde, una costruzione che unisce libertà e rigore. Ancora sovrapposizione delle melodie e delle immagini “home video”, come linee divergenti o parallele. Cinema melodico che ogni strumento persegue e che crea, nel confronto, nello scontro, nella somma, le armonie e le ritmiche perfette. Magica intenzione di costruire, in modo ardito, una visione musicale, allo stesso tempo, libera e ben indirizzata e di voler contenere quanti più stimoli musicali possibili. Somma e confronto tra linee melodiche e geometrie di sguardi che ritrovi nell’ improvvisazione pura. L’equilibrio è retto dal disegno scenografico che va oltre i confini canonici della visione, spingendosi ad altezze estreme, in una dimensione patafisica del sentire, ancor prima di vedere.
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