Torino 27 - "Van Diemens's land" di Jonathan auf der Heide (Concorso)
Van Diemen's land è una discesa nelle viscere, un lungo e solitario lamento. Siamo soli e lo saremo per sempre portando per il resto dei nostri giorni il peso di quel sangue rosso e caldo che abbiamo bevuto per non perderci nel labirinto della fine.
"Laden with the weight of human blood, and believed to have banqueted on human flesh" Hobart Town Gazette June 25, 1824
Superate le porte dell'inferno a nessuno è consentito tornare indietro. A chi è riuscita l'impresa di respirare di nuovo l'umanità mai peso sarà più grande e sofferente se non l'esserci arrivato con le proprie forze. Alexander Pearce ha pagato la salvezza con la cicatrice più profonda: la conoscenza del suo lato oscuro. Nel 1822 dall'altra parte dell'emisfero una terra selvaggia è il rifugio forzato dei galeotti della civiltà, la Tasmania è la terra del Diavolo. Lì si arriva per non tornare più. Otto prigionieri della colonia penale britannica, tra cui Pearce, decidono di fuggire e l'unica strada per la libertà è attraversare la foresta. Senza armi e provviste, scalzi e infreddoliti affrontano il loro viaggio verso l'ignoto. Van Diemen's land è una discesa nelle viscere, un lungo e solitario lamento dove solo gli echi lontani e flebili degli alberi rispondono alla grido di salvezza umano. Il giovane regista australiano Jonathan auf der Heide non è solo ossessionato dalla storia di Pearce e compagni (questo è il secondo lavoro dopo un primo cortometraggio sempre dedicato alla vicenda), ne vive come necessità e desiderio incoscio quello di ricostruire le più piccole sfumature. Ogni gesto ed emozione, sguardo o immagine si nutre di questo desiderio di conoscenza, come se l'istinto dell'autore viaggiasse con la sbandata brigata. Passo dopo passo siamo immersi in questa discesa dantesca senza poter decidere la direzione. Nessun Virgilio però ci scorterà. Tra i lunghi passaggi sul fiume che attraversa le immense distese della terra verde del diavolo si intravede il fantasma dell'Aguirre/Herzog. Tra i bivacchi dei detenuti, tra i loro sguardi e silenzi, nella loro vana speranza di trovare metro dopo metro, collina dopo collina un segno dell'umanità perduta il cinema sognato dal regista riscopre le atmosfere del disperato nuovo mondo di Malick. Ecco che i sogni si trasformano nell'incubo della violenza, il sangue dei compagni di avventura inizierà a scorrere. Linfa vitale per la bestia tornata a vivere. Colpo dopo colpo degli otto galeotti rimarranno in due, il capitano inglese Greehill e l'irlandese tranquillo Pearce. Così la legge della sopravvivenza detterà i suoi comandamenti, vivere o morire? Il viaggio al termine della notte non può che condurre là dove nessuno sguardo può ricevere la pietà o invocare il perdono. In quello spazio la religione o l'intelletto non può trovare le risposte. Siamo soli e lo saremo per sempre portando per il resto dei nostri giorni il peso di quel sangue rosso e caldo che abbiamo bevuto per non perderci nel labirinto della fine.
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