TORINO 27 - Luci sul cinema uruguaiano: Adrián Biniez

Orso d’argento all’ultimo festival di Berlino, Gigante è uno dei film che ha incantato in questo primo weekend di Torino Film Festival. Un piccolo caso, che ha portato alla ribalta il cinema uruguaiano e il giovane regista, Adrián Biniez, al suo esordio nel lungometraggio

biniezOrso d’argento all’ultimo festival di Berlino, Gigante è uno dei film che ha incantato in questo primo weekend di Torino Film Festival. Opera prima dell’uruguaiano Adrián Biniez il film narra la storia di due solitudini che si incontrano. Jara fa la guardia notturna in un supermercato alla periferia di Montevideo e quindi trascorre il suo tempo davanti ai monitor, quelli della sicurezza o quello della tv. Dai monitor inizia a seguire i movimenti di Julia, una delle donne delle pulizie, di cui si innamorerà. Non si tratta di una commedia romantica, i cui canoni sono completamente sovvertiti dall’autore.
Si tratta di uno dei pochi lungometraggi prodotti in Uruguay. Se poi aggiungiamo che a firmarlo è stato un giovane autore, classe 1974, e che questi al suo esordio si è subito aggiudicato un premio prestigioso come l’Orso d’Argento, il film ha tutte le carte in regola per presentarsi come un piccolo caso.
Come ci spiega il regista, a Torino per presentare la pellicola, Gigante ha avuto una gestazione lunga. “Il soggetto fu scritto nel 2004, in tre mesi, da me, in compagnia di un amico e della protagonista femminile del film. Dopo un anno ho iniziato a fare il casting e successivamente a girare”.  Il film si regge molto sulle interpretazioni dei due attori principali, visto che non ci sono moltissimi dialoghi. “Orazio Camaldola, il protagonista, lo scelsi subito al casting. Fu il primo che vidi e fu la mia scelta.  Si presento una mattina prima di andare a lavoro. Lui è un attore professionista, ma per mantenersi insegna alla scuola elementari e nei weekend recita in teatro”.
Del resto in Uruguay, ci spiega Biniez, vengono girati non più di tre o quattro lungometraggi all’anno, perché “la nostra tradizione cinematografica è più documentaristica”.
 
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