TORINO 27 - "Nanayomachi-Nanayo", di Naomi Kawase (Onde)
Dopo i bellissimi Shara e The Mourning Forest, ancora un film che si muove nel rapporto tra uomo e natura, rifiutando la concezione antropocentrica. Ancora una meravigliosa parabola ascendente, che unisce terra e cielo, nella babele dell’incomunicabilità linguistica. Un elemento in più, che sembrerebbe scomporre e frammentare il componimento haiku, quella giostra dei sentimenti che l’anima consola
Al suo arrivo in Thailandia, la giapponese Saiko, stanca per il viaggio, si addormenta su un taxi. Quando si sveglia nel mezzo di una foresta, fugge per timore che l’autista, che le parla in una lingua incomprensibile, voglia farle del male. Correndo si imbatte in un ragazzo francese che la calma e la porta nella casa dove vive, insieme a una donna thailandese, al suo bambino e allo stesso tassista, fratello della donna. Insieme a questa famiglia-comunità che vive secondo gli insegnamenti buddisti, Saiko inizia una vita diversa, imparando il massaggio thai e i ritmi della natura, senza un linguaggio comune con cui poter comunicare. Un giorno incontra un gruppo di monaci e uno di loro diventa una presenza costante nei suoi sogni. Dopo i bellissimi Shara del 2003 e The Mourning Forest del 2007 (vincitore a Cannes del Gran Premio Speciale della Giuria), ancora un film che si muove nel rapporto tra uomo e natura, rifiutando una concezione antropocentrica. Ancora una meravigliosa parabola ascendente, che unisce terra e cielo, nella babele dell’incomunicabilità linguistica. Un elemento in più, che sembrerebbe scomporre e frammentare il componimento haiku, quella giostra dei sentimenti che l’anima consola: ma sono sempre sillabe sussurrate alle immagini e ancora delicata e quasi insostenibile leggerezza di una carezza. La sensazione è quella di una storia interminabile, di una meraviglia passionale subita, come stato d’animo sconvolto, provocato da una realtà scenica prevaricatoria e ipnotica contenuta dal controllo. Gli sguardi nel suo cinema si alzano primo o poi al cielo, i corpi chiedono di riposare sulla terra. Il divenire, o meglio, l’imprevedibilità del divenire, irrompe negli eventi. Il cinema viaggia da un lato all’altro del corpo: si ode un riverbero, poi un’eco e infine quel poetico stupore della ragione, che tanto lascia interdetti e spaesati. Quasi assenti i suoi protagonisti come assorti in un vuoto da scavare, da inseguire, da difendere: quando la macchina da presa si muove parecchio e nervosamente (questa e' una presenza) è perché segue il vento e la pioggia che invadono lo spazio. Lunghe inquadrature statiche di uno sguardo divino ad incarnarsi nella scena. Come se un ente supremo della gratuita’ creativa guardasse dall’esterno le cose degli umani. Come se lo stesso terzo occhio volesse mostrare le tracce lasciate sul cammino percorso. Allora più importante che essere abbracciati da qualcuno non sono le parole confuse e prive di significato per chi ascolta, ma quelle pronunciate da sempre, che hanno reso possibile quell’abbraccio. La strada e’ lunga nel bosco, anche se i passi compiuti sono modesti, e sembra di assistere ad una prossima sparizione travolgente, sopraggiunta improvvisamente. Movimenti ascendenti e discendenti dell’anima, confusi e disperati. Il rifiuto del passato è discendente perché inespresso, l’interiorizzazione della colpa ascendente perché è il non essere all’altezza giusta in cui l’uomo sa essere capace di diventare colpevole e di spiegare la sua colpevolezza.
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