TORINO 27 - "Until the next resurrection", di Oleg Morozov (Festa mobile/Paesaggio con figure)

 

Lo sguardo di Morozov oscilla, cerca di mantenersi vicino e lontano al contempo ai suoi “personaggi”, conquistato dalle loro storie non riesce a scegliere tra un punto di vista asettico e uno partecipe e finisce per perdersi in quei volti scavati dagli anni, in quel gruppo di persone sempre ai limiti, ma pur sempre unite. Non c’è pietà o patetismo nelle immagini del regista, solo una pura realtà che nel suo essere così terribilmente vera sembra quasi finzione

Fiction e documentario si fondono in questa piccola Spoon River russa intitolata Until the next resurrection. Dieci anni di riprese per un’opera che doveva nascere come film di finzione e si è, invece, trasformata in un ibrido cinematografico. Gli attori sono gli stessi abitanti di Kaliningrad, la città un tempo Königsberg e ora enclave russa tra Polonia e Lituania, il luogo dove abitava il regista Oleg Morozov scomparso a soli cinquant’anni nel 2009.
Sguardi fissi in macchina, immagini intime di persone che vivono tra prostituzione e piccoli crimini; la televisione come unico momento di svago assieme all’alcool e alla droga.
Questi i momenti ripresi da Morozov, ritratti di uomini e donne che si confessano davanti all’occhio del regista, occhio mai nascosto, sempre presente fino ad arrivare ad interagire con i suoi stessi “attori” ad entrare nel film per mischiarsi a loro e narrare le loro storie di vita.
Tutto è registrato, tutto è avvenuto nel passato perché di colpo una voce over ci aggiorna sul presente di quelle persone, spesso morte di overdose o di tisi o di stanchezza, alla ricerca estenuata di un po’ di quella pace che ogni tanto affiora in una risata, nei momenti di imbarazzo davanti alla telecamera, nei ricordi felici di una giornata.
Passato e presente si alternano per mostrare la realtà di una città prima tedesca e in seguito conquistata dai russi che cercano ancora, tra le rovine di costruzioni fatiscenti, qualche moneta rimasta sepolta sotto il pavimento, trovando solo ossa umane.
Qualcuno ce l’ha fatta, non tutti sono morti, alcuni sono riusciti a sopravvivere rimanendo a galla e continuando ad arrangiarsi per andare avanti “fino alla prossima resurrezione”.
Lo sguardo di Morozov oscilla, cerca di mantenersi vicino e lontano al contempo ai suoi “personaggi”, conquistato dalle loro storie non riesce a scegliere tra un punto di vista asettico e uno partecipe e finisce per perdersi in quei volti scavati dagli anni, in quel gruppo di persone sempre ai limiti, ma pur sempre unite; pronte a festeggiare il ritorno di uno di loro dal carcere, ancora più magro, ancora più consumato dalla vita, ma pur sempre vivo.
Non c’è pietà o patetismo nelle immagini del regista, solo una pura realtà che nel suo essere così terribilmente vera sembra quasi finzione.
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