TORINO 27 - "Jalainur", di Zhao ye (Concorso)
Grazie a un incredibile lavoro sul digitale, la visione tende sempre più allo stupore, alla meraviglia dei colori e degli orizzonti, della terra e del cielo. Zhao ye sogna un cinema a perdita d’occhio, in cui però lo sguardo finisce letteralmente per smarrirsi nella contemplazione estatica di uno spazio orizzontale e di ghiaccio. Il quadro e l’occhio ammirano immobili. Ma la vita, per un attimo, sembra fermarsi troppo lontano
Il trentenne Zhao ye, regista pechinese al suo secondo lungometraggio, dopo l’esordio di Ma Wu Jia (2007), guarda alla vicina Mongolia e alla fine di un’epoca. Quella dei treni a vapore. Nuvole da cui affiorano i giorni passati, i tempi di un’industrializzazione acerba e di una giovinezza ormai tramontata. Jalainur in mongolo vuol dire “lago a forma d’oceano”, oceano forse nato dal sudore di migliaia di anonimi lavoratori che hanno garantito, nei decenni, la sussistenza di un intero paese, senza esser mai stati ripagati abbastanza. A Jalainur da oltre cent’anni c’è una miniera di carbone, tagliata in due da una linea ferroviaria su cui viaggiano vecchi treni a vapore. Ma c’è aria di smobilitazione. Una volta chiusa la miniera, ormai prossima all’esaurimento, neanche i treni avranno più ragion d’essere. E tutti gli addetti, operai, macchinisti saranno costretti a tornare a casa. Senza tanti complimenti. Roba da rivolta, ma il mondo fa il suo corso. Più inesorabile di un treno. E’ evidente che la spinta da cui nasce il film di Zhao ye (il cui titolo originale è Zha lai nuo er) sia essenzialmente politica. Ma è lasciata tra le righe, come solo il cinema cinese sa fare. Per forza di cose. E sebbene emerga il quadro di una società, Zhao ye sembra più interessato al lato umano, privato del cambiamento storico. Incrocia un vecchio macchinista, Zhu, e lo segue lungo il cammino che lo riporta a casa dai figli, al pari dell’altro protagonista, il giovane Zhi-zhong, che non riesce a staccarsi dal ‘maestro’. Il presente insegue il passato, i figli cercano i padri. Nel tentativo di mantenere in vita quei valori e quei legami che il progresso non può permettersi di tenere in conto. E il tempo traccia il solco che misura e accresce la distanza. Lunghi silenzi, pochi fatti, scritti lungo il filo della Storia. Zhao ye cerca la poesia, la sospensione meditativa. Zhu che lava i capelli al giovane amico, il vecchio che piange di fronte alla propria vita ormai finita, che rimane muto di fronte alla foto di una nipotina. Uno scambio di cappelli e di oggetti per rinsaldare la speranza di un’appartenenza. Ma, alla fine, ciò che domina su tutto e tutti, è il paesaggio immenso e deserto, che sembra sempre più abbracciare il senso di un tempo e di un mondo troppo grandi per noi uomini. Grazie anche all’incredibile lavoro sul digitale del direttore della fotografia Zhang Yi, la visione tende sempre più allo stupore, alla meraviglia dei colori e degli orizzonti, della terra e del cielo. Zhao ye sogna un cinema a perdita d’occhio, in cui però lo sguardo finisce letteralmente per smarrirsi nella contemplazione estatica di uno spazio orizzontale e di ghiaccio. Il quadro e l’occhio ammirano immobili. Ma la vita, per un attimo, sembra fermarsi troppo lontano.
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