TORINO 27 - "Adàs/Transmission", di Roland Vranik (Concorso)
Pur basandosi su una forte idea di partenza è una pellicola che risulta spesso rimanere stordita dal suo stesso ritmo sonnambolico, più noioso che ipnotico, qua e là perfettamente conforme all'afasia dei suoi personaggi, sebbene non manchino elementi interessanti in quest'opera quasi tutta di testa. Quello di Vranik sembra allora essere soprattutto un ambizioso progetto di ri-fondazione del cinema e del racconto
Non ci sono più immagini. Gli schermi hanno smesso di funzionare in questa città dell'Ungheria (o in tutto il mondo?) dove il black-out anzichè recuperare i rapporti tra esseri umani sembra condannarli a una specie di assopimento collettivo "a occhi aperti". E' quanto succede a Erik, l'insonne che passa le giornate senza chiudere occhio e senza mai uscire di casa. E ai suoi due fratelli Otto e Vilmos, uno dei quali in seguito a una lite uccide involontariamente la moglie, la seppelisce nel giardino di casa ed è costretto a negare la verità alle sue due figliolette. Racconta dunque di un'umanità che, privata della tecnologia, non sa più vivere e comunicare Adàs/Transmission, presentato in concorso al Torino Film Festival, e che sembra nipote indiretto del cinema di Antonioni e Atom Egoyan. Pur basandosi su una forte idea di partenza è una pellicola che risulta spesso rimanere stordita dal suo stesso ritmo sonnambolico, più noioso che ipnotico, qua e là perfettamente conforme all'afasia dei suoi personaggi. Certo non mancano elementi interessanti in quest'opera, quasi tutta di testa, incapace di amare fino in fondo i suoi personaggi, ma allo stesso tempo non così cinica da negar loro la possibilità di un riscatto. Dopo aver rinunciato definitivamente alla fruizione dell'immagine audiovisiva, Erik decide di costruire nuove immagini attraverso i grezzi materiali dell'artigianato (la testa di cane scolpita, il muro costruito in giardino con tanto di rettangolo schermico con cui "inquadrare" il paesaggio/mondo; ed è forse il gesto definitivo e risolutore. Quello di Vranik - alla sua opera seconda - sembra allora essere soprattutto un ambizioso progetto di ri-fondazione del cinema e del racconto. Un cinema che prova a ricominciare da capo - in tal senso deve forse leggersi il regolamento di conti finale tra marito e amante, quasi come ulteriore e definitivo azzeramento dell'ultimo peccato della Terra (l'omicidio), per una ipotetica rinascita attraverso il Nuovo Mondo.
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