TORINO 27 - "La Straniera", di Marco Turco (Festa mobile)

Marco Turco sceglie la via (inoffensiva) della fiaba per parlare di immigrazione. Tutto è teso a far identificare lo spettatore non con la vita reale ma con la realtà virtuale di un’Italia che esiste solamente nelle fiction e nell’informazione televisiva.

La stranieraNaghib è un immigrato marocchino ma, a differenza di molti suoi connazionali, non è partito dal suo paese spinto dalla povertà ma perché il suo mondo gli stava stretto. Giunto in Italia diventa un architetto di successo e recide tutti i legami con la sua famiglia, il suo paese e la sua cultura.

Amina, poco più che bambina, è costretta anch’essa a fuggire dal Marocco in seguito al ripudio da parte della sua famiglia per una violenza sessuale subita. In Italia non ha, naturalmente, nessuna possibilità d’integrazione e nessuna alternativa alla prostituzione.

Nei decenni passati nel nostro paese Naghib (immigrato regolare) ha percorso la scala sociale in senso verticale, Amina (giunta irregolarmente) ne è  rimasta ai margini. Naturale che l’incontro fortuito fra i due generi in entrambi forti emozioni: lui riassapora i profumi del suo paese e della sua giovinezza ma allo stesso tempo non vuole abbandonarsi ad essi, lei spera di  trovare in un connazionale l’umanità necessaria a coltivare i reciproci sentimenti, ma teme i pregiudizi di lui. A complicare definitivamente la storia ci sono i problemi legati alla clandestinità di Amina.

Marco Turco porta sullo schermo l’omonimo romanzo di successo di Younis Tawfik modificandolo e ammorbidendone il finale perché, come spiega lo stesso Turco: “Il libro ha una conclusione più dura. Il nostro finale è venuto fuori perché in qualche modo avevamo voglia, con gli sceneggiatori, che finisse un po' come una favola”.

In questa affermazione, forse, possono essere riassunti i limiti di questo film (e di molto cinema italiano contemporaneo): l’incapacità di raccontare la realtà se non attraverso la lente della fiaba, o comunque dello stereotipo. La semplificazione ai limiti della banalizzazione è una scelta costante: dalla sceneggiatura più che prevedibile ai dialoghi banali e spesso infarciti di luoghi comuni (come nel caso della discussione che parte dal problema dell’immigrazione per poi finire, chissà perché, al conflitto israelo-palestinese!). Gli stessi personaggi non sono altro che mere figure stereotipate: la poliziotta “che fa solo il suo lavoro” ma che ha anche un cuore, l’italiano simpatico cliente abituale di prostitute, la ragazza di buona famiglia che per amore sfida le convenzioni sociali. Tutto, insomma, è teso a far identificare lo spettatore non con la vita reale ma con la realtà virtuale di un’Italia che esiste solamente nelle fiction e nell’informazione televisiva.

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