TORINO 27 - "Un sourire malicieux éclaire son visage", di Christelle Lheureux (Onde)

L’omaggio della Lheureux non è solo una personalissima rilettura de Gli uccelli di Hitchcock, ma anche e soprattutto una riflessione teorica vertiginosa, un gioco ai limiti della perfezione e della perversione. L’esempio di un cinema tutto di testa, anche troppo consapevole, eppur capace di resuscitare l’inaspettato, di dissolvere nel bianco e rinascere dal nero

un sourire malicieuxE’ difficile raccontare il cinema. Descrivere, a parole, ciò che appare e scompare sullo schermo nello spazio e nel tempo precari delle immagini. E quando si tratta di un film che racconta, rappresenta, ri-presenta un altro film, la vertigine aumenta. Già. E’ davvero complicato restituire un’idea fedele di questo Un sourire malicieux, primo lungometraggio della francese Christelle Lheureux, da anni affermata autrice di videoinstallazioni. Il film corre lungo due linee, due piani di scivolamento in una sorta di parallelismo distorto, tra sovrapposizioni e fughe. I due fondamentali canali espressivi, il suono o l’immagine, seguono strade diverse, ma stranamente convergenti. Da un lato, a prima vista, la Lheureux ci immerge nel fitto e affascinante mistero di una foresta notturna, dove un uomo e una donna si incontrano e si corteggiano, in un gioco di sguardi, sorrisi, allontanamenti e avvicinamenti. D’altro canto, quegli uccelli che sentiamo cinguettare non appartengono alla foresta, ma a un altro mondo. Perché quei versi vengono direttamente da Gli uccelli di Alfred Hitchcock, che, per un altro strano, chiarissimo artificio del cinema, regala la propria colonna sonora al film della Lheureux. Così, mentre il personaggio principale di Un sourire malicieux racconta le scene del capolavoro hitchcockiano, in una sorta di scaletta descrittiva, i dialoghi e i suoni sono proprio gli originali. Ma la presenza del narratore non è l’unico punto di contatto tra immagine e suono. Perché ciò che accade nella foresta risuona, confondendosi con il resto. Fruscii di foglie, uccelli, pioggia… E le stesse immagini, gli stessi corpi degli attori reagiscono, in un modo o nell’altro, agli avvenimenti raccontati dal film di Hitchcock. Così l’omaggio della Lheureux non è più solo una personalissima rilettura di un grande classico, ma anche e soprattutto una riflessione teorica vertiginosa, un gioco ai limiti della perfezione e della perversione. Da un lato il campo, la foresta set, che fa mostra dei segni dell’apparato produttivo, dall’altro il fuori campo, quell’assenza che è sempre, in qualche modo, presenza. Forse ancor più di ciò che appare. Perché mentre gli occhi “si limitano” a guardare, la memoria fa nel presente il suo lavoro sul passato, rievocata da parole che si dipanano per sciogliersi in una sorta di mantra arcano. All’immagine visibile si affianca un’immagine già vista, come in una sovrimpressione mentale e sentimentale che giunge a rivelarsi solo alla fine. Il finale di Un sourire e il finale de Gli uccelli. Il punto di chiusura di un cinema tutto di testa, anche troppo consapevole, eppur capace di resuscitare l’inaspettato, di dissolvere nel bianco e rinascere dal nero.
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