TORINO 27 - Ken Jacobs (Onde)


Nuovamente Ken Jacobs, nuovamente una stupenda riflessione sul mezzo cinema, sull’immagine stessa che diventa contenitore di ulteriori particolari, immagini a loro volta indipendenti da quella originaria. La sezione Onde - l’anno scorso denominata La zona -, richiama il cineasta americano, che, a dispetto dei suoi 76 anni, si rivela tra i più vitali ed interessanti sperimentatori del montaggio visivo

Nuovamente Ken Jacobs, nuovamente una stupenda riflessione sul mezzo cinema, sull’immagine stessa che diventa contenitore di ulteriori particolari, immagini a loro volta indipendenti da quella originaria. La sezione Onde - l’anno scorso denominata La zona -, richiama il cineasta americano, che, a dispetto dei suoi 76 anni, si rivela tra i più vitali ed interessanti sperimentatori del montaggio visivo.
Jacobs ritorna su quella “scena del crimine” dedicata l’anno scorso al digitale e questa volta alle potenzialità del 3D: invenzione degli anni Sessanta di una Hollywood che sperava di risollevare “foolish” films senza averla mai potuta comprendere in tutta la sua immensa portata immaginifica. Così nasce Anaglyph Tom, studio di quel cinema che, precedentemente “attrattivo”, si è trasformato in “recuperativo”, poi in “criminale” ed ora nuovamente in “mostrativo”. Il regista mostra a noi e a se stesso una possibilità di esplorare la profondità dell’immagine, il suo occhio va al fondo, va a recuperare quella terza dimensione dell’asse cartesiano per bombardare lo spettatore di un insieme di forme che finisce per far tornare in superficie una base geometrica. Ogni singolo frammento viene analizzato, sezionato, ingrandito fino a mostrarne dei contorni e dei disegni che non appartengono più al film ma alla sostanza stessa dello schermo: la vicenda narrativa si fa secondaria di fronte a questa pura visione del visibile, fuori dal tempo e dello spazio. Corridoio kubrickiano che attraversa le dimensioni per portarci fino all’essenza stessa della nostra coscienza: semplice e al contempo incredibile nel suo arrivare alla sostanziale definizione del nostro vedere umano. Ken Jacobs ruota attorno agli oggetti, alle sculture e alle persone (Jonas Mekas in Kodachrome days; Raul Gonzalez, scultor) o ancora più esplicitamente dietro l’angolo di un palazzo (Flo rounds a corner) e gli occhi arrivano ad incrociarsi, comportandosi come durante una lettura, destra e sinistra si confondono e si fondono per formare da due immagini parallele, una terza centrale da isolare (Brain operations), frutto della coesione di due differenti visuali.
Ed ecco che il 3D acquista il suo senso più essenziale attraverso il lontano e il vicino, attraverso un’altra dimensione che produce il salto conclusivo del cervello umano, quella doppia possibilità di guardare, scegliendo la forma più o meno prossima alla propria volontà. Il cinema diventa con Jacobs scelta, non imposizione; lo schermo illuminato lascia libera ogni interpretazione e ogni frammento da osservare, su cui concentrarsi per provare ad entrare in quel mondo immaginativo che funziona come l’iperuranio platoniano, un mondo al di fuori del mondo in cui l’uomo arriva alla sostanziale idea base dei propri concetti per poi tentare di capire la realtà vera e “piatta” che lo circonda.
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