TORINO 27 - "We can't go home again (Unfinished)", di Nicholas Ray

E' lo schermo il vero protagonista di questo film “sui giovani”, che parte come manifesto programmatico di una generazione e delle sue ambizioni artistico-espressive e finisce con l’essere la rivincita “gridata” e destabilizzante di un giovane artista vecchio. Tra i due universi anagrafici combattono tra loro Storia e Cinema, con il secondo che finisce con il risucchiare dentro di sé sogni, amori, informazioni documentarie. Ogni elemento viene inghiottito dallo schermo attraverso buchi neri (vaginali e non) e punti di fuga che si moltiplicano in una incessante ricerca del desiderio e della visione assoluta

we can't go home again di n.rayL’ultimo tassello della straordinaria retrospettiva che il Torino Film Festival ha dedicato a Nicholas Ray – di cui abbiamo ammirato in pellicola non solo i classici immarcescibili Johnny Guitar (1954), Rebel without a cause (Gioventù bruciata, 1955) o Bigger than Life (Dietro lo specchio, 1956), ma anche piccoli grandi gioielli nascosti come Hot Blood (La donna venduta, 1958) o The Savage Innocents (Ombre bianche, 1960) – è stato l’inedito (almeno in Italia) e sperimentale We can’t go home again. Un film entrato nel mito, senza director’s cut, alla cui versione definitiva sta cercando di lavorare da anni Susan Ray, ospite della manifestazione torinese. Iniziata a girare nel 1971 assieme agli studenti dell’Harpur College – e infatti il film è firmato come lavoro collettivo attraverso la dicitura, nei titoli di testa, We can’t go home again by Us – l’ultima opera di Ray fa della commistione dei formati e della struttura narrativa la sua peculiarità: video, 16mm, 35mm, super8, spezzoni documentari, scene di fiction e riflessioni metacinematografiche. Un’eterogeneità espressiva che è non solo la prova di una lucidità artistica assolutamente formidabile, e già allora ignobilmente frustrata dall’isolamento a cui Hollywood costrinse Ray all’indomani di 55 Days at Peking (55 giorni a Pechino, 1963), ma anche di una consapevolezza politico-sociale che già presagisce il declino ideologico e generazionale post ’68. Ray mette in mostra se stesso davanti alla macchina da presa interpretando il professore di cinema Nick che a sua volta cerca di insegnare ai suoi giovani allievi come fare un film. È semplicemente questa l’idea che è alla base del progetto, di cui una versione provvisoria venne proiettata al Festival di Cannes nel 1973.
we can't go home again Forse ancor più del wendersiano Nick’s Movie, We can’t go home again segna il testamento artistico di Ray. Ma è un testamento che, a prescindere dalla sua malinconia crepuscolare, apre ancora oggi il cinema a strade sintattico-percettive assolutamente inedite. In uno schermo il cui sfondo fisso sembra prima essere il fotogramma di una paesaggio cittadino, per poi cambiare altre volte nel corso del film, scorrono più immagini contemporaneamente. Esperienza di visioni multiple con più inquadrature all’interno del quadro, che anziché avere la precisione geometrica dello split screen privilegia un’astrattezza sbilenca e sfumata che avvicina l’operazione allo schizzo pittorico, a bagliori di luce visiva che attraversano lo schermo. Ed è infatti proprio lo schermo il vero protagonista di questo ennesimo (per l’autore) film “sui giovani”, che parte come manifesto programmatico di una generazione e delle sue ambizioni artistico-espressive e finisce con l’essere la rivincita “gridata” e destabilizzante di un giovane artista vecchio. Tra i due universi anagrafici si gioca una battaglia impalpabile ma costante tra la Storia e il Cinema, con il secondo che finisce con il risucchiare dentro di sé sogni, amori, informazioni documentarie. Tutto. Ogni elemento viene inghiottito dallo schermo attraverso buchi neri (vaginali e non) e punti di fuga che si moltiplicano in una incessante ricerca del desiderio e della visione assoluta. Indiscutibili sono le influenze del cinema sperimentale anni sessanta: Godard, Warhol, Kenneth Anger ma anche, sorprendentemente, Nam June Paik e le sue sperimentazioni in video, di cui Global Groove (1973) con le sue contorsioni cromatiche in sintetizzatore è forse l’opera maggiormente accomunabile.
nicholas rau unfinishedNel rivedere a trent’anni di distanza We can’t go home again, alla fine non si ha poi una sensazione tanto diversa da quella che si prova rivedendo l’ultimo, altrettanto spiazzante, Orson Welles, ovvero quel F for Fake provocatoriamente testamentario che occupa nella filmografia di Welles un ruolo non troppo diverso da quest’ultimo film di Nicholas Ray. C’è stato, forse, un momento nella storia del cinema in cui i grandi maestri del passato sospinti dall’entusiasmo e dall’amore provato verso di loro dai giovani autori europei (Godard, Truffaut, Bertolucci, ecc.) provarono a rispondere alla furia giovanilistica delle nouvelle vague con la stessa sfrontatezza linguistica, dimostrando di essere ancora dentro il tempo. E probabilmente furono la vita e il mondo a far ammettere loro che, ormai, non potevano più tornare a casa.
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