TORINO 27 - "Santina", di Gioberto Pignatelli (Concorso)
L’esordiente Gioberto Pignatelli rischia molto con Santina, nella sezione del concorso. Un film anomalo che gioca, nel troppo spesso pacificato panorama del cinema italiano, un colpo basso che avrà pure i suoi difetti, ma anche un desiderio di rompere regole e tradizioni. Santina è l’incontro di due anime perdute e il film, che si nutre di svariate forme espressive, affonda le proprie radici in un’estetica da racconto popolare.
Gioberto Pignatelli, classe 1977, esordisce nel cinema da una ribalta di massimo rispetto. Il suo Santina è in concorso a questa 27esima edizione del festival di Torino. Tratto da un capitolo del libro di Elsa Morante La storia, è il racconto di una non più giovane prostituta e del suo protettore Nello con il quale intrattiene anche un controverso rapporto d’amore. La tragica fine di Santina sarà opera efferata del suo protettore-amante.
Pignatelli rischia molto in questo anomalo film che sovrappone il racconto al lavoro sul fronte visivo con invenzioni originali e diretti interventi sulla pellicola. Un cinema, quello di Pignatelli, che si nutre di svariate forme espressive - dal disegno animato, alla riproduzione fotografica, alla melodia popolare anche nella sua versione colta - e dall’impianto teatrale restituito, negli interni, dalla scultorea immobilità dei personaggi. Un film che riesce a condensare, in poco più di sessanta minuti, un’estetica popolare nella cui cultura, anche iconografica, affonda le radici, pur restando alti i suoi riferimenti e dirigendosi, nella migliore tradizione, ad un pubblico attrezzato ed avvertito. Un film intenso e depurato da ogni elemento spettacolare che recupera, nella sua ricercata semplicità espressiva, i rimandi ad un mondo archetipico. Appartengono a questi espliciti richiami i lupi disegnati sulla pellicola, le animazioni che si sovrappongono alla narrazione e una certa impostazione complessiva da racconto popolare, sempre accessibile e diretto, pur nella sua elaborata concezione. Santina è una scommessa forte e Pignatelli e il suo cast, che funziona come un affiatato team sportivo, hanno la voglia di sconvolgere le regole e sparigliare le carte, giocando, nel troppo spesso pacificato panorama del cinema italiano, un colpo basso che avrà pure i suoi difetti, ma ha una gran voglia di rompere le regole e le tradizioni. In questo aiutato da una dichiarata incoscienza che accompagna ogni rischiosa iniziativa produttiva.
Nonostante tutto l’autore non ha la supponenza o la presunzione dell’esordiente. Il suo film sincero, vive dei corpi dei suoi protagonisti sui quali punta molto: quello scolpito di Nello, vero e proprio personaggio maledetto e mai redento, delinquente velenoso per vocazione e quello lacerato di Santina, vero e proprio capolavoro di corpo dolente e predestinato. Santina è l’incontro di due anime perdute, uscite dalla penna di Elsa Morante, che sotto gli occhi di Gioberto Pignatelli assurgono a vita visiva per mostrarsi nel loro amaro cammino che finirà nella completa dissipazione dei loro corpi.
Il film è supportato da un’ottima prova attoriale complessiva, sia dell’esperta Monica Perozzi (su tutti), sia di Diego Guerra (un credibile Nello) e sicuramente di Iaia Forte, la meschina madre a cui Nello è legato da un sentimento edipico. Santina, comunque, non è immune da qualche caduta. Si ha l’impressione, a volte, che ci sia un indugiare eccessivo che avrebbe meritato una rimeditazione sul tempo filmico. La durata della sequenza dei lupi, i fantasmi interni di Nello dopo l’omicidio, spezza il ritmo del film che in quel momento godeva di un piacevole crescendo. La messa in scena, a volte, soffre di una interpretazione esageratamente melodrammatica di cui Diego Guerra pare la maggiore vittima.
Va riconosciuto all’autore il lavoro di ricerca espressiva fondato sull’uso di diversi formati, della sapiente miscela del colore e del bianco e nero. Il composito risultato finale premia il lavoro di Pignatelli che neppure il videoproiettore bizzoso utilizzato in sala è riuscito a rovinare.
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