TORINO 27 - Non possiamo più tornare a casa
In un certo senso si potrebbe leggere la storia del TFF di questi ultimi anni come un grande melodramma familiare, tra ripudi, distacchi, amori, conflitti, tensioni. Una storia di padri mancati e padri putativi, figli legittimi e figliastri. Non è forse un caso che il film evento di quest’edizione sia stato il magnifico, incontenibile Tetro di Coppola. E’ innegabile che il TFF, aldilà degli avvicendamenti e delle polemiche, abbia costruito negli anni un’identità forte, come sottolinea Gianni Rondolino nel suo intervento su Sentieri selvaggi. E Gianni Amelio, a parte alcune novità, si è mosso in linea con la tradizione e con le edizioni dirette da Moretti
Quando finisce una festa, non resta che smaltire la sbornia e far il conto dei bicchieri vuoti. Tra i tanti ricordi e qualche rimpianto. Ma al termine di questa ventisettesima edizione del Torino Film Festival, chiusasi con la vittoria de La bocca del lupo dell’italiano Pietro Marcelo, i rimpianti sembrano essere pochi. Dalle parole del direttore Gianni Amelio, di Emanuela Martini, di Alberto Barbera emerge una grande soddisfazione. Per più motivi. Per il riscontro di pubblico (con una copertura dell’80% dei posti disponibili), per la qualità del lavoro svolto e dei film selezionati, per la presenza di due nomi di primissimo piano come Francis Ford Coppola e Emir Kusturica. Ma, tra le righe, ciò che colpisce nelle dichiarazioni di organizzatori, responsabili, selezionatori, è l’insistente sottolineatura di un sostanziale successo della manifestazione nonostante la partenza di Nanni Moretti, che, dopo due anni di direzione, ha deciso di tornare a tempo pieno al suo lavoro di regista. Un confronto tutto sommato inevitabile, ma che, in qualche modo, ha tradito una certa preoccupazione. Come se alla vigilia si fosse percepito il senso di uno scetticismo diffuso tra gli addetti ai lavori. E, a ben guardare, quest’ansia da ‘prestazione’ fa il paio con quella emersa a più riprese nei due anni della gestione Moretti: l’affermazione, aldilà delle polemiche, di una salda linea di continuità con la tradizione del festival e con l’esperienza della direzione Turigliatto/D’Agnolo Vallan. E’ come se, dalla grande rottura del 2007, i nuovi organizzatori si siano sempre sentiti in dovere di rimarcare un’appartenenza e rivendicare una specie di rapporto di filiazione con i protagonisti del passato. E così, in un certo senso, si potrebbe leggere la storia del TFF di questi ultimi anni come un grande melodramma familiare, tra ripudi, distacchi, amori, conflitti, tensioni. Una storia di padri mancati e padri putativi, figli legittimi e figliastri. Non è forse un caso che il film evento di quest’edizione sia stato il magnifico, incontenibile Tetro di Coppola. Ma, mettendo da parte le metafore, l’affascinante aspetto psicologico pone in risalto uno dei meriti fond
amentali di quest’ultimi anni del Torino Film Festival. L’aver riportato in primo piano, volente o nolente, fondamentali questioni di politica culturale e di aver riaperto il dibattito sul senso di un festival di cinema in rapporto alle rapidissime trasformazioni della produzione e della fruizione. Questioni di cui la nostra rivista è già stata testimone e protagonista. Interrogativi che non sembrano sfiorare né la Mostra di Venezia, istituzione ormai intoccabile e, a suo modo, granitica, né la Festa del Cinema di Roma, che sempre più assomiglia a un assurdo carrozzone fuori dalla realtà. Il cinema, dicevamo. E’ innegabile che il TFF, aldilà degli avvicendamenti e delle polemiche, abbia costruito negli anni un’identità forte, come sottolinea il padre nobile Gianni Rondolino nel suo intervento su Sentieri selvaggi. “Scoprire nuovi film e possibilmente nuovi autori, guardare al mondo del cinema al di fuori di schemi consolidati, aprirsi al nuovo da qualunque parte possa arrivare”. Ma proprio perché condividiamo queste parole, ci permettiamo di dissentire, con il dovuto rispetto, da altre affermazioni. Soprattutto quando si taccia di eccessivo provincialismo la gestione di Steve Della Casa. Giudizio francamente eccessivo. O quando si vuole rimarcare, in senso positivo, la distanza del festival di Amelio dalle edizioni dirette da Moretti. Paradosso fuorviante, tenuto conto che il gruppo dei selezionatori è rimasto praticamente invariato. In effetti, se già nel 2007 ci era sembrato che il duo Moretti-Martini non avesse intaccato la sostanza della manifestazione torinese, l’impressione di una continuità è ancora più netta quest’anno. E’ ovvio. Gianni Amelio, a parte le introduzioni chilometriche e i nomi nuovi delle sezioni, ha apportato alcune novità: il Gran Premio Torino, la nuova sezione ‘Figli e amanti’, sei registi italiani che
introducono altrettanti film. E’ chiaro. Alcune scelte possono riflettere i suoi gusti e il suo cinema. Ma, in ogni caso, si è mosso in linea con le due edizioni precedenti e, più in generale, con la tradizione. Probabilmente con la partenza di Moretti qualcosa si è perso in termini di visibilità mediatica. Ma parlare, come fa Rondolino, di un argine alla ‘deriva’ suona un po’ come uno snobismo barricadiero. Venezia è da sempre al centro dell’attenzione dei media, eppure è innegabile che la gestione Müller abbia regalato festival memorabili. Il punto come sempre, è quello della qualità dell’offerta. E sotto questo aspetto, Torino è un riferimento imprescindibile per gli appassionati, gli amanti, i folli. Un festival a dimensione d’uomo, lontano dagli stress e dagli isterismi delle passerelle. Un festival che sa coniugare l’attenzione per il pubblico (le anteprime dell’ultimo Wes Anderson e di Coppola) e la ricerca, il gusto per la sperimentazione (estremamente interessante, come sempre, la sezione curata da Massimo Causo). Un festival che coltiva i suoi vecchi amori (un nome su tutti, Brillante Mendoza), ma che non si sottrae a nuove passioni. Certo, non tutto ci ha convinto. Per esempio, l’entusiasmo per l’omaggio a Nicholas Winding Refn. Oppure un concorso come sempre tra alti (Baseco Bakal Boys, Guy and Madeline on a Park Bench, Van Diemen’s Land, La nana) e bassi. Ma non sono mancate le folgorazioni. Soprattutto nella sterminata e caleidoscopica Festa mobile, viaggio avventuroso e quanto mai complicato nei territori del cinema. Sul filo, forse, della musica. Anche se, in gran parte, si è trattato di film già passati in altri festival, tanto di cappello per il magnifico Neil Young di Jonathan Demme, l’intenso Welcome di Philippe Lioret, gli stessi Anderson, Mendoza, Coppola. E poi Honoré, Julien Temple, la perla di Scarpette rosse di Powell e Pressburger, regalata da Coppola…E poi, la sezione ‘Onde’ (ex ‘La zona’), con gli omaggi ad Hitchcock, gli splendori di Naomi Kawase e Raya Martin, le conferme di Ken Jacobs, Pedro Costa e della coppia Lucchi-Gianikian, le audacie dei Ga-nime e di Nicolas Provost, le sorprese di James Lee e Wu Haohao. Infine, le retrospettive, che hanno sempre costituito uno dei momenti fondamentali del TFF. Quella su Nagisa Oshima, di cui sono stati presentati anche i lavori televisivi, praticamente sconosciuti. E poi quella, meravigliosa, su Nicholas Ray, il grande ribelle without a cause, col suo cinema incendiato dai colori e dalle passioni, sempre sul filo del rasoio, fuori e dentro il sistema. Un cinema di una modernità folle e sconcertante, anche nelle sue derive più estreme e inaspettate (Hot Blood, Wind Across the Everglades, The Savage Innocents). Un cinema di dolenti e impossibili ritorni a casa. Che si perde nell’in(de)finito definitivo di quell’ultimo, tormentato fiotto di sangue: We Can’t Go Home Again. Basta così. Lasciateci dondolare in pace.
introducono altrettanti film. E’ chiaro. Alcune scelte possono riflettere i suoi gusti e il suo cinema. Ma, in ogni caso, si è mosso in linea con le due edizioni precedenti e, più in generale, con la tradizione. Probabilmente con la partenza di Moretti qualcosa si è perso in termini di visibilità mediatica. Ma parlare, come fa Rondolino, di un argine alla ‘deriva’ suona un po’ come uno snobismo barricadiero. Venezia è da sempre al centro dell’attenzione dei media, eppure è innegabile che la gestione Müller abbia regalato festival memorabili. Il punto come sempre, è quello della qualità dell’offerta. E sotto questo aspetto, Torino è un riferimento imprescindibile per gli appassionati, gli amanti, i folli. Un festival a dimensione d’uomo, lontano dagli stress e dagli isterismi delle passerelle. Un festival che sa coniugare l’attenzione per il pubblico (le anteprime dell’ultimo Wes Anderson e di Coppola) e la ricerca, il gusto per la sperimentazione (estremamente interessante, come sempre, la sezione curata da Massimo Causo). Un festival che coltiva i suoi vecchi amori (un nome su tutti, Brillante Mendoza), ma che non si sottrae a nuove passioni. Certo, non tutto ci ha convinto. Per esempio, l’entusiasmo per l’omaggio a Nicholas Winding Refn. Oppure un concorso come sempre tra alti (Baseco Bakal Boys, Guy and Madeline on a Park Bench, Van Diemen’s Land, La nana) e bassi. Ma non sono mancate le folgorazioni. Soprattutto nella sterminata e caleidoscopica Festa mobile, viaggio avventuroso e quanto mai complicato nei territori del cinema. Sul filo, forse, della musica. Anche se, in gran parte, si è trattato di film già passati in altri festival, tanto di cappello per il magnifico Neil Young di Jonathan Demme, l’intenso Welcome di Philippe Lioret, gli stessi Anderson, Mendoza, Coppola. E poi Honoré, Julien Temple, la perla di Scarpette rosse di Powell e Pressburger, regalata da Coppola…E poi, la sezione ‘Onde’ (ex ‘La zona’), con gli omaggi ad Hitchcock, gli splendori di Naomi Kawase e Raya Martin, le conferme di Ken Jacobs, Pedro Costa e della coppia Lucchi-Gianikian, le audacie dei Ga-nime e di Nicolas Provost, le sorprese di James Lee e Wu Haohao. Infine, le retrospettive, che hanno sempre costituito uno dei momenti fondamentali del TFF. Quella su Nagisa Oshima, di cui sono stati presentati anche i lavori televisivi, praticamente sconosciuti. E poi quella, meravigliosa, su Nicholas Ray, il grande ribelle without a cause, col suo cinema incendiato dai colori e dalle passioni, sempre sul filo del rasoio, fuori e dentro il sistema. Un cinema di una modernità folle e sconcertante, anche nelle sue derive più estreme e inaspettate (Hot Blood, Wind Across the Everglades, The Savage Innocents). Un cinema di dolenti e impossibili ritorni a casa. Che si perde nell’in(de)finito definitivo di quell’ultimo, tormentato fiotto di sangue: We Can’t Go Home Again. Basta così. Lasciateci dondolare in pace.
Sono presenti 9 commenti
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ultima cosa poi mi taccio: quoto in toto il pezzo di Silvestri uscito ieri sul manifesto. <br /><br />http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091125/pagina/13/pezzo/265536/
Inviato da john dillinger il 26/11/2009 -
assolutamente d'accordo su questo punto. resta un problema: nel melodramma spesso c'è "agnizione"... qui, non mi sembra proprio; però bisogna mettersi d'accordo: insomma ci vuole visibilità o bisogna restare lontano dagli isterismi delle passerelle? O magari entrambe le cose. E con Amelio forse la quadra l'han trovata (visto che non è mediaticamente ingombrante come Moretti, che si mangiava l'intero festival... se mi passi l'espressione è "mediamente mediatico" e poi è meglio che faccia il direttore di festival piuttosto che film, non trovi?).
Inviato da john dillinger il 26/11/2009 -
Bè...si potrebbe dire che la formula funzionava anche 'prima' di Turigliatto e Vallan. Allora perché non continuare con la direzione di Steve Della Casa? un altro paradosso, forse...ma così, non se ne esce più<br />
Inviato da Aldo S. il 26/11/2009
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