Michael Mann, della luce, dell'ombra
Quello di Mann è un cinema che nasce dall'oscurità, dalla mancanza di luce, dal buio dei sensi. E' un cinema incapace di procedere allo svelamento del corpo.
Prima di salire sul ring, il pugile esce dallo spogliatoio. Avverte da lontano le luci dei fotografi, la ressa della gente accalcata nel palazzetto, le urla dei tifosi. Ma fino a questo momento egli è invisibile. Non si vede. O meglio, vede non visto. Il suo è un corpo in assetto da combattimento, avvolto dalla tenebre che accarezzano la sue membra prima di cedere il passo agli assordanti flash delle macchine fotografiche. Un corpo oscuro quindi, nascosto alla vista, protetto dalla notte di macchine da presa ancora assenti. Il cinema di Mann nasce da qui. Dall’oscurità, dalla mancanza, di luce, dal buio dei sensi. E’ un cinema incapace di procedere allo svelamento del corpo. E ancor di più forse allo svelarsi della luce. E’ un cinema della notte, di corpi che solo nell’oscurità possono ri-trovare quell’appartenenza ad una realtà che di giorno è loro nascosta. E’ dal buio che nasce e che muore quel sublime Mc Cauley/De Niro che in “Heat” traccia un’ultima, estrema radiografia di un corpo incapace di adattarsi alla luce del sole. La folgorazione accecante della luce fa male. Di notte si lavora/filma meglio. La pensa così anche il James Caan di “Thief” che nella notte decide di morire insieme a quei simboli di una vita non vissuta che lo hanno perseguitato da sempre. E’ l’oscurità la destinazione di Wigand/Crowe, in ballo sino all’ultimo sull’apparire (luce fotogrammatica del televisore centralizzato dalla cultura del potere) o sull’eclissarsi assieme al suo andamento perennemente incerto. Nella prima sequenza di "Alì" si giunge addirittura al paradosso filmico dell’esserci. Scatta una musica fuoricampo affidata alla potente voce di un cantante di colore. Guarda caso, la sala in cui canta è attraversata da squarci di luce che non riescono ad occultare l’inquietante buio della penombra. Luce poi, di quelle che non si scordano. Un bambino di colore (il Mohammed ancora piccolo) sale su di un pulman, si scontra con la pazzia dell’apartheid. La canzone continua a vibrare nei nostri cuori, accarezzando dolcemente i margini stretti dell’inquadratura. Poi ancora Alì, sul ring, poi ancora durante l’allenamento, infine mentre corre sulle strade innevate di Chicago. In due minuti un rincorrersi sfrenato di luce e ombra, materia e spirito, che si scontrano senza urtarsi. In pochi secondi, viene riassunto il senso dell’intera opera. Roba che nemmeno Scorsese. Ma sempre questione di luce è. E del suo deflagrare in percezione mancata del filmico. Il cinema di Mann non si vede, lo si immagina mentre scorre. Incontriamo così Alì, il suo amico Malcolm X, la lotta per una maggiore giustizia sociale. Il cinema non basta. Mann sembra ricalcare il vorticismo filmico neoromantico, appassionato,vitale, di Heat. E la scommessa si cui si basava quell’opera. Filmare l’infilmabile. Registrare brandelli di vita mentre scorrono, mentre sono già qualcos’altro. Abbracciare con un lento movimento di macchina tutto ciò che si offre alla vista, tutto ciò che le si nasconde e tutto ciò che sta in mezzo. L’impasse dell’occhio è dietro l‘angolo, la dissolvenza pure. Torniamo così, da perfetti esegeti del benemerito circolo ermeneutico, alla luce, all’ombra. Alì si ritrova sul ring. Non c’è oscurità che tenga. Tanto che quasi non lo vediamo. L’ultimo saggio sull’invisibilità del corpo che combatte apparteneva a Scorsese, ma il suo "Raging bull" toccava punte di esasperato astrattismo proprio sul ring, su di un ring bianco e nero. Quello di Mann è invece sfiorato da traiettorie aeree di purissimi lirismo cromatico. Il suo ring, la sua boxe è sì sangue, sudore, nervosismo, ma anche gioco con la sostanza rappresentativa stessa della frizione corporea. E’ scontro umano, politico, razziale. E’ cinema che parafrasa se stesso prima di toccare le corde, prima di andare giù a tappeto. Prima di tornare alla dissolvenza incrociata a cui appartiene.
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