BERLINALE 60 - Anteprime - Shutter Island. Scorsese e Lehane
Una duplice suggestione attraversa Shutter Island, nuovo film di Martin Scorsese, in uscita il 5 marzo, e in Concorso alla 60esima Berlinale: il male che "una città in guerra con se stessa", la Boston dei romanzi di Dennis Lehane, sembra amplificare, e la materia densa e cupa dei film noir di Tourner, Preminger, Welles, Ray

Una duplice suggestione attraversa Shutter Island, nuovo film di Martin Scorsese, in uscita il 5 marzo, e in Concorso alla 60esima Berlinale: il male che "una città in guerra con se stessa", la Boston dei romanzi di Dennis Lehane, sembra amplificare, e la materia densa e cupa dei film noir di Tourner, Preminger, Welles, Ray; ma anche il documentario: la guerra per John Huston e la follia per il Frederick Wiseman di Titicut Follies.
Come racconta nel suo sito il critico Emmanuel Levy, fin dall'inizio della produzione, il regista ha ispirato cast e troupe con una serie di proiezioni notturne di film che toccano temi, stili e atmosfere di Shutter Island. Spiega il produttore Bradley Fischer: "Apprendere che lo script evocava in Marty Scorsese l'idea di vecchi film horror espressionisti mi ha colpito, eppure, non mi ha sorpreso. Ho sempre pensato a Shutter Island come a un film che ha delle affinità con Il gabinetto del Dr. Caligari, uno dei tanti che Scorsese ammira. Al di là di queste atmosfere, le cose hanno cominciato a muoversi molto rapidamente: ciò che Marty ha visto nella storia e tutti i molteplici livelli che si trovano nel materiale di partenza ha reso il progetto finale molto più ricco di quanto avessimo immaginato”.
Tra le scelte di Scorsese, Laura di Otto Preminger ('44); Out of the Past, storia di doppiogioco del 1947 di Jacques Tourneur, e dello stesso anno, Crossfire di
Edward Dmytryk, thriller sull'omicidio di un soldato ebreo dopo la Seconda Guerra Mondiale; On Dangerous Ground, del 1952, di Nicholas Ray, il debutto alla regia di Karl Malden, del 1957, Time Limit, intenso dramma psicologico che vede un soldato americano di fronte alla corte marziale, The Trial, adattamento del Processo di Kafka diretto da Orson Welles nel 1963, ma anche i documentari di guerra di John Huston in cui si affrontava il tema di quello che allora era chiamato “shock da granata”, i disturbi post traumatici dei soldati superstiti, San Pietro e Let There Be Light, e alcuni horror importanti, tra cui The Haunting di Robert Wise, del '63, The Innocents di Jack Clayton del '61 e diversi film della scuderia di Val Lewton, tra cui La settima vittima, del '43. Scorsese ha poi scelto un documentario importante: il bellissimo Titicut Follies di Frederick Wiseman, straziante testimonianza dei “trattamenti” dei medici ai pazienti dei manicomi prima degli anni '60. "Vedere Titicut Follies ha permesso al cast e alla troupe di capire in prima persona il mondo che ci accingevamo a sfiorare. Un' esperienza molto forte per tutti noi".
La scelta del protagonista, l'agente federale e veterano di guerra Teddy Daniels, che via via perde fiducia nelle sue stesse
percezioni, richiedeva un attore capace di esprimere le sue ferite e di toccare vari stati psicologici e emotivi in pochi tratti. Fin dall'inizio i produttori avevano in mente Leonardo DiCaprio, uomo di fiducia di Scorsese che lo ha già diretto in Gangs of New York, The Aviator e The Departed. Martin Scorsese ha lavorato sull'adattamento di Laeta Kalogridis (I guardiani della notte, Alexander, Pathfinder) a partire dal romanzo di Dennis Lehane, scavando nel profondo delle macchinazioni psicologiche e delle personalità dei protagonisti. - Quello che è interessante per me è come la storia continua a cambiare, e come fino alla scena finale, a cambiare è tutto ciò che viene percepito come verità. Ma più che il raconto o l'impostazione, per me, ciò che è davvero toccante è l'evoluzione del carattere di Teddy (DiCaprio) - ha dichiarato il regista.
Ad affiancare Daniels, il collega Chuck Aule, interpretato da Mark Ruffalo, che racconta come Shutter Island sia stato una sorta di parco giochi in cui il virtuosismo del cinema di Scorsese ha potuto esprimersi al meglio, una pellicola ricca di “sequenze immaginarie, flashback, stati di alterazione, noir e soprannaturale inseriti in una storia drammatica di grande carattere”.
Di Patricia Clarkson, nei panni di Ethel Barton, Scorsese racconta: “La sua scena con Leo nella caverna è uno dei miei preferiti. Lei è come l'oracolo di Delfi. È un incontro rituale, quasi come in un antico mito. Eppure interpreta il suo ruolo in modo incredibilmente naturale e realistico". Anche la Clarkson ha messo in luce la quantità di livelli presenti nel film. "Quando ci si imbatte nel mio personaggio, pensi che potrebbe essere quello che fornisce la verità definitiva, offre qualche consolazione, il termine del viaggio, ma poi si scopre che ci sono ancora altri colpi di scena.” Emily Mortimer nel ruolo della scomparsa Rachel Solando, racconta che uno dei motivi per cui ha trovato il proprio ruolo irresistibile è il modo in cui Shutter Island pone costantemente la domanda dell'alienazione, i dubbi della percezione individuale. Sono pazzo o è il mondo intorno a me che lo è? Nel ruolo di Dolores, la moglie di Daniels, assassinata da un piromane, che riemerge nella sua vita e nella sua memoria, c'è Michelle Williams. Completano il cast Ben Kingsley, Max von Sydow e Jackie Earle Haley.
Shutter Island è tratto da un romanzo di Dennis Lehane (leggi un estratto in italiano) quarantatrenne scrittore ma anche
sceneggiatore per tre episodi di The Wire, che non teme di raccontare le sue variegate influenze (anche telefilm come The Twilight Zone e Le Strade di San Francisco), che ha spesso e volentieri ambientato i suoi libri nella sua città, Boston, facendone una sorta di luogo metaforico di una guerra sotterranea, come in Gone Baby Gone, da cui è stato tratto l'omonimo esordio alla regia di Ben Affleck e Mystic River, da cui lo splendido film di Clint Eastwood. Con Shutter Island Lehane avrebbe voluto realizzare un improbabile mix tra l'Invasione degli Ultracorpi e i romanzi delle sorelle Bronte ed effettivamente nella sua produzione riesce a non lasciarsi imbrigliare dagli stilemi del thriller americano grazie alla sua capacità di fonderli e superarli, in una narrativa più raffinata e introspettiva di molti suoi contemporanei.
Lehane si è dichiarato alquanto soddisfatto dopo aver visto una versione non definitiva di Shutter Island. Interrogato sulla scelta di affrontare il tema della follia e della segregazione in manicomio, ha risposto: “Ho cercato di analizzare quello che succede quando la libertà di parola viene messa in discussione. Ho trovato paralleli inquietanti fra il 2003 e il 1953, l’apice del maccartismo. Se qualcuno – mi riferisco in particolare al governo – riesce a farti preoccupare di ciò che dici, prima o poi riuscirà anche a farti preoccupare di ciò che pensi e, e a quel punto, la tua mente rischia di subire un tracollo”.
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