BERLINALE 60 - "En Ganske Snill Mann" (A Somewhat Gentle Man), di Hans Petter Moland (Concorso)
Un uomo esce di prigione, dopo dodici anni per aver ammazzato l’amante di sua moglie. Ulrik ancora una volta dovrà fare i conti con la sua istintiva “disponibilità” e il suo passato burrascoso, che lo riporterà ad un passo dal baratro. Il regista Moland passa alla commedia nera, lontano dalle atmosfere rarefatte tipiche del cinema nordico, ma carico comunque di humour, caustico sarcasmo e principi stranianti
Un uomo (interpretato dal famoso attore norvegese Stellan Skarsgård) esce di prigione, dopo dodici anni per aver ammazzato l’amante di sua moglie. Ad aspettarlo ritrova la persona che lo aveva convinto a compiere l’assassinio, il quale lo rimette sulle tracce di colui che aveva testimoniato, per completare l’opera. Nel frattempo trova un lavoro da meccanico e rincontra suo figlio, ormai sposato e in attesa di diventare padre. Tutto sembra procedere per il meglio, ma Ulrik ancora una volta dovrà fare i conti con la sua istintiva “disponibilità” e il suo passato burrascoso, che lo riporterà ad un passo dal baratro. Il regista norvegese, pur se apprezzato autore nei vari festival internazionali, non è mai stato distribuito in Italia. A sei anni dal suo ultimo lungometraggio, The Beautiful Country, Moland passa alla commedia nera, lontano dalle atmosfere rarefatte del cinema nordico, ma carico comunque di humour e caustico sarcasmo. Ricorda anche Aki Kaurismaki, per l’insolito utilizzo del genere, con al centro la solitudine e l’alienzazione, il grottesco e la ricerca antiestetica dei corpi, dei colori, dei contrasti. Non c’è molto altro da aggiungere a questa pellicola, senz’altro molto divertente a tratti, ma che in realtà trova difficoltà a riscaldare i suoi corpi, gelidi e rigidamente lontani da un definitivo coinvolgimento. Il solito stile sincopato, fatto di tagli sull’azione, di minimasmi recitativi e inconsulte, quanto surreali, reazioni. L’arenata consapevolezza di compiacere il pubblico, rende fallimentare la capacità di coniugare la densità e il valore del testo con la misura necessaria, quasi fisica, incontrollabile a dispetto di qualunque rigore, dell’adattamento visivo. Lo stesso lunatismo che avvolge e stratifica l’andamento narrativo e visivo di Moland pare scogliersi abbastanza velocemente, lasciando spazio ad un debole, quanto ininfluente principio di straniamento.
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