BERLINALE 60 - "Caterpillar", di Koji Wakamatsu (Concorso)


Ancora una straziante, devastante e infernale parabola della guerra, di quel tronco ormai bruciato rimasto senza rami. Come in un magico realismo s’indagano le relazioni tra la parte bassa del corpo umano e la parte bassa della struttura sociale, su cui si sostiene la realtà. Il torbido dell’esistenza, creature fragilissime come carta di riso, o inesorabilmente spietate, descritte al limite tra il documentario e la più visionaria follia. Wakamatsu è sempre più solo...   

Quanti motivi di interesse girano intorno all’ultimo film di Wakamatsu. Innanzitutto va sottolineato che l’opera è una trasposizione di un noto racconto breve del 1929 di Edogawa Rampo, saccheggiato scrittore noir per il grande schermo, come Gemini di Shinya Tsukamoto. Ancora, Caterpillar è cinema concentrico prima che eccentrico. La coscienza si sovrappone tra sovrumano e subumano stratificandosi incessantemente negli spazi aperti e chiusi senza farsi mai scoprire e denudare. La ricerca gronda speranze disilluse e romanticamente fugaci sulla soglia di dentro o fuori, morte o vita. La carne come metallo, come corpo tutto di un pezzo, (con)fuso tra i brandelli dei processi cognitivi primari. E' frattura tra il presente irrisolto e la profonda consapevolezza di sè e dell’altro. La vitalità del film è nell’occhio interminabile che scruta nuovi spazi immaginabili (con)gelando la nevrotica e devastante visione dell’uomo tutto di un pezzo... di carne. Un veterano della seconda guerra mondiale torna a casa da eroe, insignito di medaglie al valore, ma senza più gambe e braccia. Nel villaggio è considerato il “soldato di Dio”, ma non più camminare, toccare, parlare e nella sua mente nasconde un terribile incubo di guerra. Così la sua donna è costretta ad accudirlo, a trattarlo come un oggetto e a farsi trattare per tale. Uno dei pionieri del genere erotico “pink eiga”, riscopre lo strisciare, l’avviluppare, il possedere, il cibo e il sesso e ancora altro. L’impressione e’ che  il cinema di Wakamatsu, come  la stessa vita, possano essere definiti soltanto da una sorta di rigore, e quindi da una fondamentale crudeltà, che conduce a qualunque costo le cose alla loro ineluttabile conclusione. Lo sforzo è crudeltà, l’esistenza attraverso lo sforzo è crudeltà. La morte è crudeltà, la resurrezione è crudeltà, la trasfigurazione è crudeltà, poiché in tutti i sensi e in un mondo chiuso e circolare non vi è posto per la vera morte, poiché un’ascensione è uno strazio, poiché lo spazio chiuso si nutre di vite, e poiché ogni vita più forte passa attraverso le altre, e quindi le consuma, in un massacro che è una trasfigurazione e un bene. Nel mondo del cinema il male è legge permanente, e il bene è uno sforzo, dunque una crudeltà supplementare. Per Wakamatsu e’ grazie alla crudeltà che le cose si coagulano, si formano i piani sequenza del creato. Il bene è sempre sulla faccia esterna, ma la faccia interna è male. Un male che alla lunga finirà per essere domato, ma solo nel supremo istante in cui tutto ciò che fu forma sarà prossimo a ripiombare nel caos. Il caterpillar devasta, tra la quiete e la morte, lo strazio e lo stridio dei nervi. Cinema ostico che non si riappacifica, ti mangia l’anima e gli occhi, le uniche cose ancora rimaste vive, quando ormai il corpo è ridotto ad una massa amorfa. Quella massa amorfa che Wakamatsu da anni contunua a modellare, a deturpare, a demolire, busto commemorante di morti in guerra. Come in un magico (e infernale) realismo s’indagano le relazioni tra la parte bassa del corpo umano e la parte bassa della struttura sociale, sulla quale si sostiene la realtà. Il torbido dell’esistenza, creature fragilissime come carta di riso, o inesorabilmente spietate, descritte al limite tra il documentario e la più visionaria follia. L’umano affliggimento, che si contorce nell’inquietudine, compone un ritratto straziante di pietà che scompiglia le condizioni melodrammatiche. Wakamatsu è sempre più solo...
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