BERLINALE 60 - "Red Hill", di Patrick Hughes (Panorama)
Western di frontiera dei giorni nostri in ambientazione australiana, Red Hill è la storia di una notte infinita di sanguinosa vendetta. Un film traboccante di cinema, di quello che ritrovi subito familiare. Jimmy Conway, silente pistolero aborigeno dal volto mezzo sfigurato, è, sin dal primo fotogramma in cui si palesa, un personaggio memorabile, che trasporta le atmosfere del film verso lande orrorifiche e quasi slasher
Come spesso accade agli esordienti, l'australiano Patrick Hughes fa un film in cui ancora una volta viene ribadita la confortante e calorosa convinzione che il cinema vince sulla vita. E' un privilegio dei registi scafati, degli autori veterani, poi, mettere in discussione l'assioma e costruire le proprie dimostrazioni per sfatare il teorema – la vita, uno lo capisce ad un certo punto, è ben più forte del cinema. Ma non per un giovane regista alle prese con un western di frontiera dei giorni nostri, che piano piano muta in angoscianti atmosfere orrorifiche. Red Hill, storia di una notte infinita di sanguinosa vendetta, è allora un film traboccante di cinema, di quello che ritrovi subito familiare, che ti scalda il cuore e ti illumina gli occhi. Jimmy Conway è, sin dal primo fotogramma in cui si palesa, un personaggio memorabile. Aborigeno con mezzo volto sfigurato dall'incendio in cui è morta l'amata moglie, pistolero infallibile dal grilletto chirurgico e letale, è tornato in città per vendicarsi del gruppo di vigilantes che un decennio prima ne violentarono la donna e ne bruciarono la proprietà, per convincere i nativi a sloggiare dalla zona. Ed è proprio Conway che si porta sulle spalle tutto il dramma dello sterminio della popolazione aborigena d'Australia, che pare essersi incarnata in questo silente angelo della vendetta per pretendere finalmente indietro il proprio debito di sangue. Ma soprattutto, Conway si porta addosso, pare esserne proprio molecolarmente formato, tutto il cinema che attraversa la città di Red Hill, lasciandosi cadaveri alle spalle. I nomi sono chiaramente quelli di un omaggio al bagaglio classico esplicitamente chiamato in causa, Eastwood, Hawks, Cimino, Carpenter, ma c'è al contempo un gusto tutto contemporaneo per la fantasiosità quasi slasher degli omicidi (ad un certo punto Conway si trasforma realmente in un essere invincibile e a prova di proiettile) che fa tornare alla mente quello che resta il miglior film da regista del direttore della fotografia di The Abyss, Mikael Salomon, ovvero il fantastico Pioggia Infernale del 1998. Come Salomon in quel film si elevava ad ennesima potenza grazie alle infinite possibilità rappresentate dalla situazione della città abbandonata allagata dalla pioggia, così Hughes sembra perseguire una via di continuo détournement, in cui la percezione della forma classica non fa che slittare, se pur impercettibilmente. E così la sfida subito annunciata tra il vecchio sceriffo violento e tutto d'un pezzo, che il veterano Steve Bisley rende con l'auspicata graniticità, e la matricola al primo giorno di servizio che si rivelerà l'unico in grado di fermare/salvare Conway, si arricchisce continuamente di elementi purissimi e quasi astratti di cinema, che non fanno che irrompere nella riproduzione di vita messa in campo, deviandola. La pantera nera assurdamente dispersasi tra le wastelands australiane, che entra in scena per portare via un cadavere e cibarsene, per poi stagliarsi all'alba come unico essere davvero vittorioso della contesa lunga tutta una notte, è lì a testimoniare il trionfo del cinema sulla vita di Jimmy Conway, simbolo di un intero popolo che ha potuto avere la sua rivalsa unicamente nella finzione del possente esordio di un regista soprendentemente idealista.
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