BERLINALE 60 - "Plein Sud", di Sébastien Lifshitz (Panorama)

Altri “corpi aperti” per il cinema ad alta sensibilità di questo regista francese. Un “eroe solitario” attraversa la Francia diretto verso le coste spagnole per fare i conti con i ricordi d’infanzia, il suicidio del padre e l’abbandono della madre. Lo accompagnano due ragazzi e una ragazza, figure in fuga come lui

Plein Sud di S. LifshitzD’accordo, Plein Sud è un film in qualche modo più “formale” dei precedenti lavori di Sébastien Lifshitz, un’opera che parte da un intreccio di ricerca interiore e di voglia di mettere in posa le figure in una maniera più plastica e meno flagrante. Ma sono pur sempre Corps ouverts, “corpi aperti”, quelli che si muovono nel cinema di questo regista francese, figure selvagge nel pieno di traversate esistenziali destinate a fare i conti col passato, e anche col presente. Una vecchia Ford che va in ebollizione e le strade estive di una Francia declinante verso le coste spagnole sono il set che il ventisettenne Sam attraversa, una pistola avvolta in una busta di plastica, l’aria consumata di chi ha vissuto già troppo, un passato da affilare per poter tagliare meglio il presente. La meta è la madre, appena uscita da una clinica psichiatrica. E’ con le che Sam deve confrontarsi – forse vendicarsi? – per ridisegnare lo scenario in cui da bambino lui e il fratellino sono stati collocati: il padre suicida sotto i suoi occhi e la madre che va fuori di testa...
Yannick RenierLifshitz parla esplicitamente di Sam come di un lone hero western (“Come gli eroi dei western, Sam è un solitario, un personaggio errante, segnato dalla vita, il tipo d’uomo il cui viso si trasforma presto in maschera, freddo e impassibile”), tanto da aver scelto Yannick Renier perché gli ricordava il giovane Clint Eastwood. E infatti lo colloca sulla scena di un roadmovie strutturato in una serie di “stazioni” che portano il protagonista verso la sua meta. Al suo fianco tre figure: due ragazzi e una ragazza che ha raccolto sulla strada  di una vacanza/fuga in cui essi stessi sono incastrati. Léa ha una disperata insoddisfazione che confina con la confusione provocata in lei dal fatto di essere incinta; Mathieu, il suo fratellasto, è gay e (anche attraverso la sua telecamera) guarda a Sam col desiderio del primo amore. I due sono in fuga da casa, lei non sa se abortire o meno, lui fa i conti con una madre dalla quale a suo tempo era stato allontanato. Poi c’è Jeremie, che Léa raccoglie per strada, terzo passeggero destinato con la sua cinica superficialità a spiazzare tutte le amarezze ma anche tutte le dolcezze possibili...
Lea SeydouxIn una serie di tappe progressive, tra incontri e abbandoni, ritorni e seprazioni, Lifshitz percorre una strada che è punteggiata dai ricordi che segnano la mappa esistenziale di Sam e di Mathieu, presenze chiaramente complementari nel loro rapporto irrisolto con la figura materna. Ma mentre Sam si spinge verso la madre (sarà una come sempre formidabile Nicole Garcia) con una rabbia che lo attanaglia e gli impedisce di amare, Mathieu trova nel suo amore per lui la strada di una riconciliazione che potrebbe cambaire le cose. Léa, a sua volta, è portatrice di una maternità insicura, che si ferma indecisa sulle porte di una clinica per abortire, riflesso ancora adolescente di una femminilità disequilibrata tra creare e distruggere, dare e togliere la vita... Plein Sud comprime tutto questo in un tratto d’autore sempre chiaro e netto, offrendo a Lifshitz la possibilità di confrontarsi con il tema perenne dei rapporti familiari, dell’accettazione dei genitori e di se stessi, questa volta spostando il baricentro conflittuale sulla figura materna e recuperando il rapporto affettivo con una figura paterna che sinora nel suo cinema era apparsa greve e incapace di comprendere. Probabilmente in questo nuovo film di Lifshitz c’è una plasticità e una schematicità strutturale che nei precedenti suoi lavori appariva sfumata nel furore dei sentimenti, nella mobilità emotiva della messa in scena. Eppure Plein Sud resta sempre un film fauve, uno di quei rari momenti di cinema che intrattengono un rapporto intimo con il suo autore e con gli spettatori.

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