BERLINALE 60 - "Da bing xiao jiang (Little Big Soldier)", di Ding Sheng (Berlinale Special)
Chan, anche autore del soggetto, si muove in territori più volte attraversati nell'arco della sua fluviale filmografia – il precedente più blasonato è il suo capolavoro da regista, Project A – Operazione Pirati, del 1983. Pur delegando gran parte delle sequenze d'azione (comunque puntualmente coreografate di persona) ai valenti comprimari, l'attore non perde l'occasione per ribadire la danza trasognata e galleggiante del suo cinema, la sua forza elementare, geometrica e travolgente
Tornato a lavorare in Cina dopo le sempre meno convincenti avventure americane, la star hongkonghese Jackie Chan sembra stare dando sfogo, film dopo film, a progetti marcatamente personali, che diventano soprattutto veicoli per un'idea di cinema che va mantenendosi liberissima, eterea e gioiosamente contagiosa (si veda il recente, commovente ritorno alla saga che lo ha reso famoso nel mondo, New Police Story). Con questo Little Big Soldier, Chan, anche autore del soggetto, si muove in territori più volte attraversati nell'arco della sua fluviale filmografia – il precedente più blasonato è il suo capolavoro da regista, Project A – Operazione Pirati, del 1983. Di fondo, c'è la concezione di un racconto popolare di ambientazione pre-Imperiale che moltiplica con fluvialità potenzialmente infinita le avventure picaresche di un duo di viaggiatori costretti alla convivenza: ovvero la lunga e faticosa marcia di un soldato semplice pasticcione, che ha catturato fortunosamente lo spietato generale dell'esercito rivale, e vuole portarlo in città per intascare la ricompensa. Sullo sfondo, le lotte fratricide per la successione al trono si susseguono in intrighi e battaglie che i due protagonisti attraversano carambolando, schivando i colpi e le frecce, capitombolando, perdendosi, ritrovandosi dallo stesso lato o da quello opposto. Pur delegando gran parte delle sequenze d'azione (comunque puntualmente coreografate di persona) ai valenti comprimari, Jackie Chan non perde l'occasione per ribadire la danza trasognata e galleggiante del suo cinema ancora una volta a ritmi da comica muta, l'elasticità cartoonesca del corpo del personaggio memorabile di un disertore truffaldino, che ha sempre pronto un trucco o un effetto magico nascosto sotto l'armatura per farla franca. Soprattutto, come nella parte finale del bellissimo Rob-B-Hood visto a Venezia qualche anno fa, e anch'esso basato su di un suo script, l'opera di Jackie Chan non ha più alcuna paura a lasciare andare, in maniera anche ingenua o meravigliosamente grossolana, lo spontaneo gonfiarsi dei sentimenti, un parossismo malinconico che sembra aver colorato di una nuova sfumatura la maschera gaudente di uno dei più importanti artefici dell'immaginario martial arts di, tutti i tempi. La forza elementare, geometrica e travolgente, del cinema di Jackie Chan, attraversa il film con una potenza iconica che è diventato sempre più difficile riuscire a scovare nelle sue ultime pellicole, ma che il giovane regista Ding Sheng sa come liberare nella direzione familiare di un set rivoltato in base a leggi e regole conosciute solo ai corpi di Chan. I generosissimi testamenti, da amare con gratitudine, di un maestro che non ha ancora alcuna intenzione di dichiarare la resa al cinema.
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