BERLINALE 60 - "The Kids Are Alright", di Lisa Cholodenko (Concorso)
The Kids Are Alright ha il coraggio di negare il trionfo alle tipiche situazioni da Sundance Film Festival: il mito della unconventional family è costretto a subire una battuta d’arresto. Lisa Cholodenko riesce a cambiare felicemente la prospettiva sulla storia, a mimetizzarsi nello sguardo dei suoi protagonisti. Julianne Moore e Annette Bening sono lesbiche da accedemia: salvano il focolare, ma cedono la scena a Mark Ruffalo
C’è una sequenza decisiva in The Kids Are Alright, un punto di non ritorno in cui il film si allontana dal percorso che fino a quel momento aveva intrapreso con malcelata consapevolezza: un’atmosfera da Sundance Film Festival fatta di spirito indipendente, dialoghi brillanti e situazioni eccentriche. Del resto, la regista Lisa Cholodenko si era fatta notare proprio alla rassegna di Park City, che nel 1998 le consegnò il premio per la sceneggiatura di High Art, il suo esordio nel lungometraggio. Anche qui, al centro del film c’è sempre una coppia omosessuale: vivono tranquillamente nei sobborghi di Los Angeles e hanno due figli in età da liceo, fino a quando nel loro menage non si inserisce il donatore del seme che gli ha permesso la gravidanza. Gli ingredienti del caso sembrano esserci tutti: il brindisi con cui Mark Ruffalo decreta il trionfo di questa nuova unconventional family – subito dopo che lui e Annette Bening hanno intonato una canzone di Joni Mitchell, un ricordo condiviso, la possibilità di costruire un legame – sembra chiudere il cerchio del film. Se non fosse che la moglie Julianne Moore ha una relazione con l’uomo, e tutto è destinato a saltare pochi istanti dopo, quando la cosa viene finalmente alla luce. E’ allora che il film della Cholodenko rinuncia al sogno di un nucleo allargato, e l’utopia di una ricomposizione pacifica tramonta proprio nel momento in cui sembra possibile. E’ proprio questa sequenza – curata nei minimi dettagli della messa in scena, con i primi piani di una Moore in evidente imbarazzo, mentre i due trovano la falsa intesa di una passione comune per la cantante folk – che libera The Kids Are Alright e lo lascia andare verso nuove strade. In ogni caso, fino a quel punto la sceneggiatura non si era fatta mancare momenti divertenti, pure se un po’ grossolani (specie quando la donna aveva riscoperto i piaceri
dell’eterosessualità…). La Cholodenko si dimostra abile a spostare continuamente il punto di vista con cui osservare le dinamiche familiari e le relazioni tra i personaggi, e a non lasciare nessuno di loro lontano dall’intreccio: l’attenzione si sposta dalla crisi della coppia ai velleitari tentativi di cambiare vita dell’uomo, dai turbamenti post-puberali del ragazzo ai tormenti della crescita della ragazza, e la prospettiva è sempre perfettamente a fuoco. Se Annette Bening e Julianne Moore sono troppo accademiche nello scambiarsi effusioni e nel rinfacciarsi colpe e rimpianti come in un matrimonio normale, il film può vantare un Mark Ruffalo in grande forma: la sua presenza dà sempre un senso di imprevedibilità all’inquadratura, come se una sua smorfia o un suo commento potessero dare vita ad un divertito ed improvviso fuori programma. Le due lo terranno pure lontano dal loro focolare domestico, ma sono costrette a lasciargli la ribalta.
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