BERLINALE 60 - "Kyoto Story" di Yoji Yamada e Tsutomu Abe (Forum)
Primo dei due film dell’ottantenne maestro nipponico presenti quest’anno a Berlino, il film è una commedia sentimentale che connette passato e presente sull’onda lunga degli storici studios di Kyoto. Una storia d’amore tra una giovane bibliotecaria, un aspirante attore comico e un giovane professore di Tokyo
Stile blando, sostenuto da un minimalismo retroattivo, che segue l’onda lunga dei piccoli sentimenti, della quieta quotidianità, degli eroici perdenti d’ogni giorno, anche quando – come nel bellissimo Twilight Samurai (visto proprio qui a Berlino nel 2002 e poi distribuito da noi in DVD Dolmen), si porta in prossimità dell’affresco storico: coi suoi ottant’anni e gli oltre settanta film realizzati dal 1961 a oggi sotto l’egida della gloriosa Shichiku ,Yoji Yamada è uno dei maestri del cinema nippionico più longevi e attivi. Basti pensare che quest’anno alla Berlinale è presente con due opere: Otouto – About His Brother, film di chiusura del sessantennale, e nel Forum con questo Kyoto Uzumasa Monogatari – Kyoto Story, un progetto che nasce come atto d’amore per gli studios della storica casa di produzione giapponese Shochiku a Kyoto, ma anche nel segno della collaborazione con la locale università, che da tre anni ha avviato un corso di “Image Arts and Sciences”, dove Yamada è “Visiting Professor”.
Intrecciando l’attenzione per la storia cinematografica degli studios di Kyoto, dove si sono prodotti tutti i capolavori del cinema nipponico, da Rashomon in giù, con la vita quotidiana della gente, che da sempre vive a contatto con l’assetto lavorativo degli studi, il film (codiretto da Tsutomu Abe, assistente di lungo corso di Yamada) è una commedia sentimentale che sta tra il realismo e il melodramma. La vicenda ruota attorno a Kyoko, giovane bibliotecaria part-time che vive assieme ai genitori e li aiuta nella gestione della loro lavanderia, e Kota, che insegue il sogno di diventare un attore comico sperando di non dover farsi carico del negozio di tofu della famiglia. I due si conoscono da lungo tempo e si amano, ma mentre Kota è troppo preso dal suo difficile obiettivo, nella vita sentimentale di Kyoko subentra la passione molto ideale e ingenua di un giovane professore di Tokyo, il quale, giunto a Kyoto per condurre le sue ricerche sugli antichi ideogrammi giapponesi, s’innamora perdutamente di lei e vorrebbe portarla via con sé, addirittura in Cina...
Il film ha la semplicità dei progetti nati con uno scopo propedeutico, ma Yamada e Abe riescono a forgiare un ritratto che gestisce soprattutto il sottotono dei sentimenti, elaborando un rapporto intenso tra le generazioni dei genitori e dei figli, sul quale si svolge la portante storica del film, ovvero la connessione tra il presente della città e il suo glorioso passato cinematografico. Il tema degli antichi ideogrammi giapponesi studiati dal professore, connette il sentimento del presente, sospeso come sempre in Yamada su un’incertezza indefinita e malinconica, con una tradizione in cui ritrovare le radici di una fondamentale solidità. In questo senso l’attenzione di Kyoko soprattutto, ma anche di Kota, nei confronti dei genitori e del valore dei loro sforzi, è una traccia che resta ben chiara anche nel turbine di sentimenti che l’innamoramento del professore innesta.
Giocando come da prassi con i caratteri, Yamada tratteggia una progressione scalare dei generi, andando dal realismo sentimentale della prammatica Kyoko alla pulsione caricaturale che definisce il giovane professore, furente di una passione tanto concreta quanto idealizzata nello studio dei simboli antichi, e foriero di alcuni momenti da commedia davvero godibili. Il presente sta tutto sulle spalle di Koto, che cerca di realizzare nella sua vita la tradizione comica nipponica trasferita nelle tipiche performance dei comici giapponesi contemporanei.
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