BERLINALE 60 - "Judd Süss - Film Ohne Gewissen" (Judd Süss - Rise and Fall), di Oskar Roehler (Concorso)


Tratto da una storia vera in cui l’attore Ferdinand Marian e' chiamato da Goebbels nel 1940 ad interpretare il ruolo da protagonista nel film di propaganda Judd Suff (Suff l’Ebreo). Roehler sembra aver fatto un passo indietro dopo i convincenti Hanna Flanders  e Le particelle elementari. In entrambi i casi ci si trovava dinanzi ad atmosfere piu’ rarefatte, ad un immaginario visivo piu’ ispirato e libero di muoversi

judd süddTratto da una storia vera che vede protagonista l’attore di teatro Ferdinand Marian chiamato dal ministro nazista Goebbels ad interpretare il ruolo principale nel film di propaganda Judd Süff (Süff l’Ebreo), uscito nel 1940 e girato da Veit Harlan. L'opera narra le vicende di un finanziere ebreo che venne impiccato in pubblica piazza nel 1737 per reati infamanti atti a ingannare e controllare il popolo. Ferdinand Marian è praticamente costretto a lavorare al film che gli portera’ fama e gloria ma soprattutto devastazione. Oltre ad assistere, anche grazie alla sua superba interpretazione, al disfacimento del suo Paese per mano di folli conquistatori, si vede sottrarsi sotto gli occhi, amici, colleghi e soprattutto moglie e figlia, tutti di origini ebraiche. 
Probabilmente gli unici applausi che il film ricevera’ saranno pero’ quelli "diegetici", cioe’ gli stessi ai quali assistiamo durante la proiezione della pellicola di Harlan alla prima della Mostra di Venezia e a Berlino pochi giorni dopo. Manca il respiro della storia trasmessa dal cinema stesso. L'idea di una separazione netta, chiara, ovvia e definitiva tra la realtà oggettiva e indiscutibile dei fatti e il carattere soggettivo e discutibile delle interpretazioni appartiene a una cultura che è diversa da quella che caratterizza appunto il grande cinema. I grandi registi hanno forse un'incancellabile tendenza: quella di considerare aperte tutte le questioni e molto raramente si illudono di chiudere le stesse. Alla radice di ciò che chiamiamo ricerca storica per immagini sta il gusto della ricerca, il piacere dello scoprire, mettere in relazione le idee fra loro e le idee con i fatti, soprattutto e prima di ogni altra cosa il piacere di organizzare un percorso non già interamente noto e per intero codificato. Si parlerebbe non ingiustamente di passione per la ricerca: ciò che sinceramente non traspare da questa pellicola. Proprio quella passione con la quale non solo il futuro può essere imprevedibile. Quando scoprono nuovi sentieri i registi mostrano che è imprevedibile anche il passato. Prescindendo da ogni riferimento ideologico e politico, da ogni tipo di polemica che a questo film per forza di cose si accompagna, è ancora una volta il cinema che fatica a rivelarsi, tra bagni di sangue congelato, salti cronologici assai poco destabilizzanti, misteriose e incomprensibili drammatizzazioni che mummificano le emozioni. Sfilacciato e stranamente lontano dal suo cinema del passato, Roehler sembra aver fatto un passo indietro dopo i convincenti Hanna Flanders (una sorta di biopic della famosa scrittrice) e Le particelle elementari (tratto dal libro omonimo di successo di Michel Houllebecq). In entrambi i casi ci si trovava dinanzi ad atmosfere piu’ rarefatte, ad un immaginario visivo piu’ ispirato e libero di muoversi. A mancare, soprattutto, e’ la capacita’ di non lascairsi fagocitare dal contesto, dallo sfondo, trovando il modo di porre in risalto i personaggi, che altrimenti mai darebbero la sensazione di essere in balia degli eventi, di ritrovarsi nel vortice della tormenta.  

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