BERLINALE 60 - "Mammuth", di Gustave De Kervern e Benoît Delépine (Concorso)


Depardieu parte con il suo personaggio in moto, per un viaggio esistenziale alla ricerca dei suoi vecchi datori di lavoro, colpevoli di non avergli versato i contributi necessari alla pensione. I registi di Louise-Michel sembrano sempre più interessati ad uno stile tendenzialmente anarchico, o se vogliamo di tipo sperimentale, con la sgranatura del quadro, la ricerca del dettaglio, la sensazione di liberare l'improvvisazione e la voglia di inseguire immagini in corsa

mammuthMammuth è il soprannome dato al protagonista del film (Gérard Depardieu) per la sua stazza, ma è anche il modello della moto anni ’70 che egli stesso possiede gelosamente e con orgoglio. Mammuth ha sempre lavorato sin dalla giovane età ed è finalmente giunto al giorno della pensione. Quando però gli viene comunicato che in realtà non tutti i suoi datori di lavoro avevano regolarmente versato i contributi a suo favore, è costretto a partire con la moto per andare a ricercare i vecchi impieghi e farsi rilasciare una carta che attesti gli effettivi anni di lavoro. Il viaggio sarà anche l’occasione per rivedere i luoghi in cui è cresciuto e incontrare i suoi vecchi amici che in verità lo hanno sempre considerato un idiota. Ad accompagnarlo per tutto il tempo si “materializzeranno” anche i ricordi e le “visioni” del suo primo amore di gioventù.
I registi di Louise-Michel (storia di una rivolta operaia nella regione francese della Piccardia) sembrano sempre più interessati ad uno stile tendenzialmente anarchico, o se vogliamo di tipo sperimentale, con la sgranatura del quadro, l’uso dei primissimi e tremolanti piani, la ricerca del dettaglio, il taglio netto ed improvviso della sequenza, la sensazione di lasciare libertà di improvvisazione attoriale e la fugacità delle immagini in corsa. Tutto sembra molto bene imbastito ma a lungo andare il meccanismo pare incepparsi e non scorrere più con la stessa disinvoltura dei primi minuti, in cui si riscontrano anche momenti molto esilaranti, con un Depardieu che ricorda vagamente, per la chioma lunga e il pesante incedere, Mickey Rourke di The Wrestler. Gli autori danno l’impressione di prestare più attenzione alla cornice che alla sostanza trattata. Il personaggio disadattato e ingenuamente spaesato raramente valica i confini contestuali, intrisi di effetti visivi e trovate intente ad “abbagliare” lo sguardo. Anche quando il volto del primo amore prende forma, in una specie di allucinazione schizofrenica, e ricompare sempre più insistentemente, resta il dubbio di un eccessivo controllo sulla “devianza”, che certo non aiuta a perderci incodizionatamente nel lungo e appassionato viaggio esistenziale. Ricerca diaristica e antropologica che restano solo abbozzate e lontane da un coinvolgimento “primariamente etico” che, scorporatosi da un eccesso tecnico, si lascia guidare dall’intuizione e dall’improvvisazione, riuscendo ad afferrare la vita dall’interno e non dall’esterno. Quell’aurea di “cinema spontaneo”, alogico/digitale, creata durante le riprese, senza una sceneggiatura ingabbiante, con i personaggi che si rivelano progressivamente, resta una speranza disillusa dopo pochi istanti.
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