BERLINALE 60 - "En familie", di Pernille Fischer Christensen (Concorso)

Specie di 'dinasty' danese, quasi una puntata televisiva di un film non televisivo ma solo dramma da camera d'impostazione teatrale che poteva essere un'esplorazione di un dolore collettivo, ma la cineasta non sembra avere ne' i toni ne' la necessaria discrezione. Accentua gli elementi simbolici in modo grossolano e sottolinea inutilmente una gestualita' imponente

en familieUna specie di 'dinasty'. Iniziata dai titoli di testa e proseguita per tutto il film come se fosse un episodio di una serie televisiva. Non e' un limite questo di En familie anche perche' questa pellicola predilige le forme di un racconto ampio, tipico di una saga familiare dove c'e' piu' interesse per il racconto piuttosto che per i formalismi, per esempio, del cinema di Thomas Vinterberg. La trentanovenne danese Pernille Fischer-Christensen (nella quale in Italia e' uscito En soap), porta sullo schermo la vicenda di una celebre famiglia di panettieri di Copenhagen, i Rheinwald. La figlia ditte sta per trasferirsi a New York dove le hanno proposto un prestigioso lavoro come gallerista. All'improvviso pero' la malattia del padre manda tutti i suoi piani all'aria; l'uomo vuole infatti che si occupi dell'azienda di famiglia. A sua volta invece il fidanzato Peter cerca dio convincerla a non rinunciare ai suoi sogni.
Poteva essere un'esplorazione intima su un dolore collettivo. Ma la cineasta non sembra avere ne' i toni ne' la necessaria discrezione. Accentua infatti elementi simbolici in modo grossolano (l'asciugamano sotto la pancia per sottolineare la sua gravidanza), esibisce il malore del protagonista soffermandosi con la macchina da presa sulla metanorfosi del volto (il malore dell'uomo davanti al figlio piu' piccolo del secondo matrimonio), sottolinea una gestualita' imponente (lo schiaffo alla figlia) cosa piuttosto anomala per un film che doveva invece essere in sottrazione. L'attesa e' consumata attraverso primi piani sui volti, dialoghi che esauriscono anche le provvisorie emozioni tempi dilatati eccessivamente presenti anche in uno dei pochi bei momenti del film come quello della festa del matrimonio. Il vissuto autentico viene cosi' chiuso in un 'dramma da camera' d'impostazione teatrale. Dal quale, malgrado i continui tentativi, arriva poco o nulla. 
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