BERLINALE 60 - "The killer inside me", di Michael Winterbottom (Concorso)
Resta ben poco del fascino disperato di uno dei più grandi costruttori di devastanti parabole noir come Jim Thompson, in mano al freddo meccanismo di uno degli sguardi più sprezzanti e presuntuosi del cinema anglosassone: e il film diventa ben presto la snervante e tediosa sequela delle azioni spregevoli e delittuose del protagonista, ogni tanto rivitalizzate senza successo da raffazzonate sequenze oniriche e flashback 'licenziosi'
Ecco come si ammazza il Cinema: a pugni nello stomaco. Jessica Alba non emette un urlo né un gemito, ma si limita a fissare sorpresa e basita l'amato Casey Affleck mentre l'uomo le va distruggendo la faccia a forza di cazzotti sul muso. Benvenuti da Jim Thompson, versione Winterbottom: conoscendone l'abituale, spacconesca grossolanità, non è difficile immaginare che al regista di Cose di questo mondo, di questo progetto di riduzione del romanzo dell'autore di Getaway e Rischiose Abitudini, abbia stuzzicato soprattutto l'idea di prendere a sculacciate in bella vista gli invitanti fondoschiena della Alba e di Kate Hudson.
Resta ben poco del fascino disperato di uno dei più grandi costruttori di devastanti parabole noir, in mano al freddo meccanismo di uno degli sguardi più sprezzanti e presuntuosi del cinema anglosassone: e il film diventa ben presto la snervante e tediosa sequela delle azioni spregevoli e delittuose del protagonista, ogni tanto rivitalizzate senza successo da raffazzonate sequenze oniriche e flashback 'licenziosi'. Davvero poca carne al fuoco (e sembra paradossale), nonostante le caratterizzazioni grottesche del cast di supporto, apparizioni lasciate galleggiare senza alcuna indicazione, come quelle di Elias Koteas e del ritrovato Bill Pullman.
L'ambientazione texana e il commento musicale mostrano lo stesso livello di profondità dell'intera concezione di Winterbottom dell'operazione scandalistica, tentativo indifendibile di alzare la temperatura pianificatamente 'torbida' della storia in modo da raggiungere un programmatico shock nello spettatore. Ma a turbare restano soltanto la frettolosità delle soluzioni formali (soprattutto nelle due imbarazzanti sequenze di violenza sulle donne, inficiate da un montaggio di indifendibile rozzezza) e il finale posticcio con fuochi d'artifico e abbraccio su-di-giri tra le fiamme dell'inferno, che gli sceneggiatori hanno pensato bene di aggiungere alla storia di Thompson.
Winterbottom ha ovviamente scambiato il romanzo dell'autore di Colpo di Spugna per una morbosa storiaccia da rimpinzare di leziose sequenze di sesso patinate e fugaci, buone giusto per epater al Sundance ma che a conti fatti non divertono nessuno – e forse davvero l'unico momento efficace del suo film é quando rivediamo i 'punti salienti' della pellicola (in sostanza, le cinghiate e le copule) grazie al racconto che Casey fa a Bill Pullman che l'ha tirato fuori dal carcere: in un paio di minuti, è condensata l'idea che Winterbottom s'è fatta del noir. Uno spasso.
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