(doc) - Intervista a Stefano Missio
Regista e curatore del portale ildocumentario.it. Stefano Missio è una voce fuori dal coro del mondo dei 'doc', lo abbiamo raggiunto in Francia per capire quale futuro ha il documentario
Quando le cose sembrano andare bene è sempre impopolare voler spostare il punto d'osservazione per capire meglio se la verità coincide con la realtà. Se poi lo si fa con un linguaggio 'cinematografico' come quello del documentario l'impresa è davvero difficile. Ma in un paese come il nostro, dove i numeri sembrano sempre invadenti, quelli messi insieme da titoli e festival segnalano un inversione di tendenza rispetto al passato. I documentari si fanno e si vedono di più anche in Italia. Ma cosa si nasconde dietro questo entusiasmo, c'è davvero un movimento e soprattutto un sistema produttivo per progettare una rinascita?Ne abbiamo parlato con Stefano Missio, regista (La repubblica delle trombe) e curatore del portale ildocumentario.it "Il pubblico che apprezza il documentario è in crescita - spiega il regista dalla Francia dove vive - I successi in sala delle opere di Moore o Philibert (Essere e avere), per dirne alcuni, lo hanno reso più popolare e ha portato anche l'interesse dei media come tv e carta stampata. Ricordiamoci però come lo stesso è accaduto negli anni 90' con i corti. Forse ora sta andando di moda il documentario".
Quale è la situazione dei 'doc' nel nostro paese?
Fino ad oggi in Italia non si è mosso nulla. Pochi spazi in televisione e l'approdo in sala, già difficile per il cinema indipendente, è quasi impossibile per i documentari. Un esempio è stato il premiatissimo L'incubo di Darwin di Hubert Sauper che nel 2004 si era aggiudicato addirittura un premio per la distribuzione di 100mila euro, ma in sala si è visto pochissimo.
Perchè è difficile arrivare nelle sale, ad avere la giusta visibilità?
Manca un sistema, è assente la televisione di stato che in tutta Europa svolge un ruolo fondamentale tranne che in Italia. Da noi il documentario soffre di uno schiacciamento su format giornalistici d'inchiesta. Ma questo significa essere costretti in determinati contenuti. Spesso con doppiaggi improponibili. Non è questo fare documentario.
Negli anni '90 c'è stato il progetto Telepiù (la prima rete satellitare italiana n.d.r), cosa ha significato per tanti registi?
Avevi la libertà. Ora si tende in molte realtà verso un'informazione giornalistica e a prodotti estremamente formattati anche in spazi come Doc3 prodotto da RaiTre, che dovrebbero essere dedicati al documentario. Ma in realtà non esiste un settore della Rai dedicato a questo linguaggio con figure produttivi ad hoc i 'commission editor' fondamentali in molte tv europe.
E allora quali spazi produttivi rimangono?
Oggi si stanno facendo largo le Film Commission regionali che possono co-finanziare i progetti.
In queste difficoltà la scena italiana riesce comunque a tirare fuori molti talenti, ad esempio Pietro Marcello vincitore dell'ultimo Torino Film Festival. Quali altri autori possiamo aggiungere?
Daniele Incalcaterra, Alessandro Rossetto, i lavori della coppia Alberto Vendemmiati e Fabrizio Lazzaretti. I film che ritengo più forti sono nati dalla volontà di un regista che ha investito anima e corpo nella propria opera. Il problema per un regista è trovare un produttore, i lavori più belli nascono quando si crede nel film.
C'è un produzione italiana fuori dal coro?
Forse per alcune cose la Indigo Film
Dal tuo osservatorio oltralpe come si lavora all'estero?
La Francia è un paese ricco in tutti i sensi, dai progetti alla fare produttiva, ai canali televisivi che non
producono solo reality ma docuementari che aiutano a riflettere su ciò che ci circonda. Hanno una struttura a più livelli dove è più semplice trovare finanziamenti. E molte istituzioni puntano su questo linguaggio per promuovere o aprirsi. Ad esempio anche il Ministero degli esteri francese distribuisce documentari.
Quanto la rivoluzione digitale degli ultimi anni ha facilitato l'esordio di nuovi autori e quanto la stessa può essere un limite se usata male?
Il digitale è un grande mezzo. Però attenzione: ha molti pro e parecchi contro. Si abbassano i costi, ma questo significa spesso abbassare la qualità del lavoro. Dovremmo riflettere anche sul ruolo delle fucine dei Dams universitari e sulle scuole di cinema che servono a dare lavoro a chi insegna. La curiosità dei giovani deve essere ancora il motore di chi si avvicina al documentario. Poi serve vedere buoni film e coglierne tutte le sfumature.
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