(doc) "Giallo a Milano, di Sergio Basso
In concorso all’ultima edizione del TFF, sold out a Roma, fresco di distribuzione nelle sale francesi: Giallo a Milano è un’incursione silenziosa nella chinatown più grande d’Italia, a metà strada tra cinema e reportistica, i cui confini straripano anche nel web. Uno sguardo altro, lontano dagli stereotipi, con cui guardare i cinesi da un nuovo punto di vista: il loro.

Prendendo spunto dai fatti di via Sarpi, Sergio Basso ci porta in viaggio tra le storie della chinatown di Milano, con un racconto che scorre fluido tra reportistica e linguaggio cinematografico. Esplicitata già dal doppio senso del titolo, la struttura narrativa è giocata interamente sulle 15 regole necessarie alla costruzione di un giallo, abbinate ognuna ad un elemento narrativo e ad uno stile visivo differente, ispirato dalla storia che racconta.
Per la prima volta, ai cinesi viene rivolto uno sguardo altro, lontano dagli stereotipi, mirato a metterne in luce l’umanità, più che la distanza culturale: a scardinare i luoghi comuni sono così i cinesi stessi, che, attraverso le proprie storie, mostrano una voglia di raccontarsi decisamente in contrasto con lo stereotipo di chiusura al quale vengono generalmente associati. Ne viene fuori un racconto estremamente piacevole, dal ritmo sostenuto e mai noioso, caratterizzato da una struttura che rispecchia, in un certo senso, l’approccio anticonvenzionale utilizzato verso la comunità: a braccetto con il film va infatti una piattaforma cross mediale che permette di seguire le varie storie rimaste fuori dal girato “ufficiale”. Grazie alla struttura drammaturgica essenzialmente aperta, l’utente può seguire il percorso a sé più congeniale in quello che si delinea come un secondo film, orientato più sulla cronaca che sulla ricerca formale, proprio perché libero dalle convenzioni di un prodotto destinato alla distribuzione.
Tra le scelte più riuscite ed originali c’è sicuramente quella di tradurre in animazione la storia di un collaboratore di giustizia, che permette di trattare in maniera inusuale il tema quasi obbligato della criminalità organizzata, rispettandone al contempo l’identità ed evitando soluzioni scontate che ne garantiscano l’anonimato. Le peripezie vissute per raggiungere l’Italia diventano così una favola che avrebbe già di per sé dell’incredibile, amplificate da una scelta visiva ibrida ispirata in parte alle fonti classiche dell’arte cinese, che permette anche al pubblico orientale di godere del gioco di rimandi messo in scena.
Stando a quanto sostenuto dal regista, la fluidità del linguaggio cinematografico sarebbe riconducibile ad un’attenzione formale resa possibile solo dalla confidenza guadagnata con i protagonisti nel corso di mesi di lavorazione. Proprio questa li porta in effetti ad un’apertura inusuale nei confronti dello spettatore, con il quale viene stabilito un contatto estremamente intimo: i racconti più interessanti ci vengono forse dai figli di quei cinesi che scelsero di venire nel nostro paese, prede involontarie di un limbo culturale che non permette loro di sentirsi cinesi tout court, né di integrarsi a pieno nella società in cui sono cresciuti. A cosa è dovuta la cortina di isolamento che li circonda? E’ un meccanismo difensivo nei confronti di un popolo prigioniero della diffidenza verso lo straniero, o è invece questo a sentirsi respinto dallo scontro con una cultura tanto diversa dalla propria? Interrogativi a cui non si può rispondere, ma sicuramente in grado di stimolare un percorso di conoscenza umanamente e culturalmente indirizzato verso un’ormai indispensabile evoluzione.
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