(doc) "The Cambodian Room"


Viaggio nel cuore di tenebra di uno dei fotografi più importanti degli ultimi anni, “The Cambodian Room” segue Antoine D’Agata nei suoi abissi personali, nel suo inferno e nella sua arte. Diario apocalittico mai invadente, presentato al Torino Film Festival del 2009.

The Cambodian Room

Il processo fotografico come arte di contrapposizioni. Il mondo come dualismo esistenziale, delirio e poesia. “Il mio inferno sono io. E la sola possibilità di uscirne sono gli altri”. La frase di Antoine D’Agata appare all’ inizio della prima “situation”. Scolpita nell’aria, nel video. Dev’essere così, esattamente come un tatuaggio indelebile nella mente, nell’anima del fotografo marsigliese. D’Agata , fotografo della Magnum dal 2004, è a Phom Penh, in Cambogia. Un posto in cui, come lui stesso dice all’inizio del “viaggio” mentre si trova in macchina a Roma, è possibile trovare “situazioni umane ai limiti di ogni moralità”. E’ qui che cerca rifugio e ispirazione. Nella droga, nell’alcol e nel sesso. E in Lee, la taxi-girl con cui divide una camera e una parte della sua angoscia. L’arte di D’Agata è tutt’uno con la sua vita. Con la ricerca spasmodica di “situazioni” esasperate, di corpi alla deriva e di degrado sociale. E’ qui, tra prostitute e drogati, che D’Agata trova l’ispirazione per le sue foto. Il delirio di carne e corpo, di sesso mercenario e crack che ha reso celebri i suoi scatti. Lusena e Schillaci lo seguono nel viaggio, nel suo personale inferno e nella sua paradossale salvezza giornaliera. Riuscendo a immergerci nello sguardo spiritato e quasi cieco di D’Agata, alternando il bianco e nero alle sequenze a colori. Colori diluiti, allungati e sfilacciati, persi nel buio eppure presenti. Ogni tanto, all’improvviso sbucano sullo schermo gli scatti di Antoine. Passioni cieche, brevi e violente. Durano pochi secondi ma feriscono lo sguardo.

Terribile come l’eresia testarda del suo protagonista, “The Cambodian Room” è un film esteticamente efficace e un documento importante. La registrazione leale e mai invadente della vita apocalittica di un artista che, come molti altri contemporanei, come Bacon, Artaud e Pasolini, ha scelto di vivere il sesso e la morte come cura e malattia. E di farne arte.

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