(doc) "A Nord Est", di Adami e Scivoletto
Senza retorica né pretese modaiole di reportage televisivo “A Nord-Est” è un documentario esemplare, toccante nella sua poetica della perdita. Miglior documentario nella sezione "Sperimentario" al Festival d'Abruzzo
Ultime tracce di un passato che non c’è più. Terra che sparisce ogni giorno, pezzo per pezzo. Due anni di perlustrazione nel famigerato Nord Est. Due registi giovani e non veneti si avvicinano lentamente a un paesaggio diffidente e ferito. La terra più prospera d’Italia, il simbolo dell’industrializzazione nostrana svela il suo mistero contraddittorio lungo i 150 km della Statale 11: un non-luogo infinito, un’unica, interminabile “città diffusa”. Campagna che scompare inghiottita da processi inspiegabili, uomini e donne che si risvegliano in un incubo lunare in cui le finestre dei loro soggiorni sono tagliate in due da scricchiolanti tangenziali. Altri uomini e altre donne che fanno soldi comprando terra e divorandola. E pensare che l’incubo era cominciato con un bel sogno: il boom degli anni ’60 di cui si conservano ancora le ingenue promesse irrealizzate.
Adami e Scivoletto pochi anni fa hanno percorso la Statale 11, 120 km in 20 giorni, perdendosi nel paesaggio. Da lì l’idea di raccontare questo strano pezzo d’Italia. Sono tornati in quei luoghi dandosi la regola di restare sempre alla larga dai “centri” e di galleggiare invece sulle periferie infinite, vero cuore di tenebra della zona. Hanno ricontattato i personaggi incrociati nel primo viaggio e li hanno intervistati senza però fare di “A Nord-Est” un reportage inchiesta di tipo classico, impedendo alle interviste di essere elemento centrale. Come se le parole e le voci non possano dire in fondo niente di più di quanto dicano le immagini.
Così ascoltiamo e vediamo un venditore di terreni veronese, che ha investito in terreni agricoli poi rivenduti come terreni industriali. Cultura profondamente contadina, attaccamento ancestrale alla famiglia, al lavoro e al sacrificio. E contemporaneamente profondo affarismo, concretezza priva di rimpianti e di nostalgia. Uno strano tipo di cinismo che lascia spiazzati e che sembra essere un aspetto molto comune nella Padania post-industrializzata. Viene fuori dalle parole e dalle esili sagome umane di “A Nord-Est”. Pare quasi che un sentimento di rassegnazione abbia contaminato tutti, e che nessuno pensi che quanto stia succedendo, la terra che sparisce, le case che diventano capannoni e i boschi che diventano fabbriche, sia in realtà evitabile. C’è un altro uomo intervistato. Un anziano contadino nato in un casolare, ora attraversato da un pezzo di Statale. Si muove tra le macerie della sua vita passata. Le indica, ne racconta la storia. Tutto è abbandonato, inutilizzabile, privo di funzione e di senso. La terra non ha più valore in quanto terra. Non produce più. Lui è lì in mezzo, barcollante, esausto. Non capisce, non si sa spiegare bene quello che è successo ma è come se quasi lo accettasse come inevitabile, come il prezzo da pagare. La scoperta della sconcertante e profonda convinzione di molti italiani, probabilmente non solo del Nord-Est, che la dissoluzione del territorio sia nient’altro che il banalissimo “prezzo da pagare” al progresso, è forse il risultato più importante del bel lavoro di Adami e Scivoletto.
Tra Augé e Antonioni, le immagini livide penetrano nel cuore profondo del Veneto. E’ un cuore dolorante, perso per sempre. Gli esseri umani sono presenze spaurite, inermi. Incredule. Sparse a caso su sfondi che non riconoscono più.
Niente retorica né facili derive socio-politiche. Semplicemente poesia della perdita. “A Nord-Est” racconta senza fronzoli l’angoscia dello spaesamento. La rovina di una terra ridotta a giardinetto di plastica post-atomico. Invaso da orde di nani da giardino e Biancanevi. Da vedere.
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