(doc) "Nìguri" di Antonio Martino
Nìguri racconta la difficile, a tratti difficilissima, convivenza (ma sarebbe più giusto definirla condivisione dello spazio) fra gli abitanti (circa 500) del piccolo paese di S. Anna e gli “ospiti” del vicino CPT (oltre 2.000). Martino è bravo a trasmettere una sensazione di (immutabile) attesa: dei tempi (kafkiani) della burocrazia o di quelli (aleatori) della politica. Tutto è pericolosamente fermo sull’orlo di un baratro che si chiama, di volta in volta: Castelvolturno, Rosarno …
Antonio Martino è un documentarista all’antica. Dall’alto dei suoi 33 anni, fa quello che i documentaristi hanno sempre fatto (e qualche volta, in tempi meno peggiori di questi, anche la televisione), facendo leva sulla curiosità (per prima la sua) adempie alla più ovvia (eppure pochissimo praticata) delle funzioni pedagogiche dell’arte: raccontare il mondo!
Così, nel 2004 fa lo zaino e va nel Sahara per raccontarci la vita nei campi profughi nel deserto (Fatma Aba-ad. Come ho imparato ad amare i Saharawi), oppure nel 2007 va in Serbia a vedere come si vive a Pancevo: la città più inquinata d’Europa (Pancevo_mrtav grad); oppure com’è fare il pescatore in Uzbekistan sul lago Aral … quando non c’è più il lago (Be Water, My Friend)! Ancora, documenta lo sfruttamento sessuale dei bambini che (soprav)vivono nelle fogne della Bucarest dei giorni nostri restando con loro un mese ed avendo, come unico “testimone”, una microcamera digitale. Ha lavorato tanto in questi anni Antonio Martino, tanto da guadagnarsi parecchi premi, e perfino un riconoscimento del Presidente della Repubblica “per l’alto valore educativo e sociale dei suoi film”.
Anche con quest’ultimo lavoro Nìguri si è conquistato qualche premio (fra gli altri, il primo premio nella sezione “Visti da vicino” all’ultimo Festival del Documentario d’Abruzzo), ed anche in questo film la funzione pedagogica è dichiarata fin dai titoli di testa con la dedica agli emigranti calabresi.
Con la consolidata tecnica di parlare del particolare per riflettere sul generale, Nìguri (che in dialetto calabrese vuol dire: neri) racconta, attraverso un intenso susseguirsi di interviste, la (difficile, a tratti difficilissima) convivenza (ma sarebbe più giusto definirla condivisione dello spazio) fra gli abitanti (circa 500) del piccolo paese di S. Anna (frazione di Isola Capo Rizzuto) e gli “ospiti” del vicino CPT (oltre 2.000). Questi numeri, già da soli, rendono la drammaticità del problema, Martino è bravo, a far emergere il resto (del dramma) attraverso le interviste. Colpisce, innanzitutto, la totale impermeabilità dei due mondi che si evitano con meticolosa attenzione, tanto da dimostrare (nelle interviste) la totale ignoranza reciproca. Scalfita solo dalle interviste agli (ex)emigranti calabresi in Germania: gli unici a mostrare un minimo di comprensione, come se la condivisione dello status (sebbene in tempi e luoghi diversi) rappresenti un vincolo più forte dell’appartenenza “razziale”.
Ottima, poi, è stata la scelta di affidare il racconto ad una serie di interviste a camera fissa che (se da un lato poteva rivelarsi un azzardo perché facilmente classificabile dallo spettatore meno attento come noioso) rende perfettamente quella sensazione di (immutabile) attesa: dei tempi (kafkiani) della burocrazia o di quelli (aleatori) della politica. Tutto è pericolosamente fermo sull’orlo di un baratro che si chiama, di volta in volta: Castelvolturno, Rosarno …
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