(doc) FESTIVAL DI ROMA 2010- "The Promise: the making of "Darkness on the edge of town" di Thom Zimny (Extra)

Promessa mantenuta; il Boss è arrivato ieri sera all’Auditorium per presentare “The Promise; the making of Darkness on the edge of town”, documentario di Thom Zimny sulla genesi dell’album del 1978. Novanta emozionanti minuti inediti tra materiale dell’epoca e nuove interviste. Un tuffo nel cuore del rock, nell’anima profonda di uno dei suoi più grandi interpreti e in quella di un disco straordinario

 

the promiseAnd when the promise was broken I was far away from home

Sleepin' in the back seat of a borrowed car

Thunder Road, for the lost lovers and all the fixed games

Thunder Road, for the tires rushing by in the rain


Alla fine è arrivato. Niente di vero nelle voci che si rincorrevano ieri pomeriggio e che volevano l’incontro annullato. Niente affatto. Niente da fare per la pioggia, il maltempo, il traffico. E’arrivato come promesso. Ha assistito dietro le quinte alla proiezione di “The Promise” e poi è salito sul palco. Con lui il manager e produttore storico Jon Landau e Thom Zimny, regista del documentario.

 

Un omaggio, un tributo ad uno degli album più belli e più importanti di Bruce Springsteen e dell’intera storia del rock.

Un momento cruciale, un punto di svolta. E’ il 1977 quando il Boss comincia le prove e le registrazioni di “Darkness on the edge of town”. E’ un vero e proprio making of, Springsteen continua a scrivere e riscrivere ossessivamente, continua  a fare  e disfare versi e canzoni, a cercare storie e a scegliere tra molte versioni alternative. “Come avete potuto constatare dal documentario all’epoca ero- lo sono tutt’ora- affetto da una sindrome ossessivo-compulsiva” dice scherzando dopo la proiezione, rispondendo alle domande di Mario Sesti e della premiata ditta Castaldo&Assante. La sindrome di cui parla è la spinta al cambiamento che sente decisiva per la sua carriera e per la sua vita. Springsteen ha 27 anni ed è reduce dalla gloria, forse inaspettata, e dai suoni epici di “Born to Run”. Nel frattempo ha intrapreso una causa legale contro Mike Appell, suo ex-manager e amico. Vuole riprendere il controllo della sua carriera. Sente, capisce che deve cercare qualcosa di diverso, qualcos’altro. Perché sono passati due anni e lui è cambiato, è cresciuto. “Volevo realizzare un disco vero, onesto con me stesso, con la vita. Qualcosa che fosse più adulto. Un omaggio ai miei genitori, ai compromessi dell’età adulta, ai posti in cui sono cresciuto.” Capisce che per restare fedele a sé stesso anche la sua musica, le storie che racconta devono cambiare. La soluzione dell’età adulta non è e non può più essere andarsene via, scappare. Anche se si è nati per correre bisogna restare ed affrontare la vita, i luoghi in cui si vive. Cercare il buio ai margini della città e farne elegia, poesia quotidiana, operaia e rurale al tempo stesso. A 27 anni il Boss si affaccia sul mondo degli adulti e ne canta le piccole illusioni quotidiane, le miserie e le gioie inaspettate. Dal taccuino che, come si vede nel documentario, terrorizzava giornalmente tutti i membri della E-Street Band escono decine di storie, di personaggi. Non tutti entreranno in “Darkness on the edge of town”. Alcune storie, come quella della promessa che dà il titolo al documentario resteranno fuori. “Non ho inserito “The Promise” per un motivo paradossale. E cioè perché all’epoca la sentivo talmente vicina a me, alla mia storia, che ho sentito il bisogno di allontanarla”. Altre storie, come quella di “Racing in the street” prenderanno pieghe diverse, inaspettate. “Chiesi a Steve Van Zandt quale versione funzionava di più e lui mi disse che era quella con la ragazza. Perché è così che va nella vita, all’improvviso arriva una ragazza e tutto cambia.”

Quando nel 1978 esce “Darkness” le storie si sono ricomposte, i personaggi si sono incontrati e poi lasciati. Gli operai che lavorano tutti i giorni per sopravvivere come il padre di Springsteen, le ragazze incontrate nei parcheggi di un Seven-Eleven, le corse verso il mare per lavare il peccato dalle proprie mani, i ragazzi che tornano a casa dal lavoro e vanno a correre nelle strade, la stanza di Candy con i poster dei suoi eroi appesi alle pareti.

E’ un album elegiaco eppure così vicino agli antieroi che ne sono protagonisti, e che il ragazzo Bruce Springsteen fotografato sulla copertina in t-shirt bianca e giacca di pelle, sullo sfondo di una modesta parete domestica, incarna perfettamente. E’ un album cinematografico. I followed that dream just like those guys do up on the screen. Le storie si vedono. Strangers from the city, call my baby's number and they bring her toys, When I come knocking, she smiles pretty, she knows I wanna be Candy's boy. Scorrono davanti agli occhi poco alla volta, pezzo per pezzo, dalla prima all’ultima canzone. Some guys they just give up living and start dying little by little, piece by piece.

E’ l’album “nero come il caffè” che Springsteen e Landau volevano sin dall’inizio.

E Thom Zimny usa le immagini di repertorio in modo saggio. “The promise” non è semplicemente un documentario, né tantomeno un rockumentary. E’ l’appendice di “Darkness on the edge of town”, il passaggio all’età adulta spiegato a più di trent’anni di distanza. And when the promise was broken, I cashed in a few of my dreams. La consapevolezza che a volte  le promesse non si possono mantenere e che non tutti i sogni si avverano. Ma vale comunque la pena continuare ad averne. 'Cause summer's here and the time is right  for racin' in the street.

 

 

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