(doc) "Cattedrali di sabbia" di Paolo Carboni


Sessanta minuti di immagini e parole per cercare di capire quel che è successo in Sardegna negli ultimi quarant’anni. L’industrializzazione massiccia che a partire dagli anni ’60 ha invaso il territorio dell’isola, cambiandone per sempre il profilo. Migliaia di contadini, pastori e pescatori hanno ceduto alla promessa di una piccola ricchezza sicura. Hanno venduto tutto e sono entrati in fabbrica. La crisi che ha trasformato le industrie in cattedrali nel deserto. E il ritorno degli operai alle loro vecchie identità.

cattedrali di sabbiaDella Sardegna si sa, chissà perché, sempre troppo poco. Si sa del mare meraviglioso e della natura ancora, almeno così si dice, incontaminata. Si sa di vip di vario ordine e grado e di ville lussuose, di discoteche e yacht, di Presidenti del Consiglio e di passeggiate con ex spie del Kgb diventate Presidenti. Si sa che d’estate migliaia di turisti la assalgono, nella speranza di godersi un po’ di mare a prezzi abbordabili.
Di tutto il resto si sa poco. Dell’industrializzazione massiccia che a partire dagli anni ’60 ha invaso il territorio dell’isola, cambiandone per sempre il profilo e incidendo profondamente sulla vita dei suoi abitanti, noi “continentali” sappiamo ben poco. Il documentario di Paolo Carboni prende come spunto la crisi del 2009 di cui sappiamo da giornali e televisioni, ma non la racconta nei dettagli, non la mette in primo piano. Il viaggio di “Cattedrali nel deserto” è nella storia dell’isola, nel passato ancora così recente che l’ha trasformata e trasfigurata. E nelle ripercussioni sul presente. Le parole di alcuni operai cassintegrati, in varie parti dell’isola, raccontano storie diverse tutte accomunate dallo stesso destino. L’industria, in particolare quella chimica, ha invaso la Sardegna alla fine degli anni ’60. Migliaia di contadini, pastori e pescatori hanno ceduto alla promessa di una piccola ricchezza sicura. Hanno venduto tutto e sono entrati in fabbrica. Ma lo sviluppo industriale accelerato, drogato si è chiaramente rivelato un bluff, una bolla di sapone, ancora prima che la cronaca nazionale cominciasse ad occuparsi massicciamente della crisi del 2009 a Porto Torres. Le cronache apocrife di Carboni ci svelano un’altra faccia della storia. Quella di uomini e donne che davanti al dramma della perdita, di lavoro e di identità, si sono dovuti reinventare. E l’hanno fatto tornando alle loro vecchie identità, o a quelle dei loro padri e dei loro nonni. La pesca, la campagna e la pastorizia nei racconti degli ex-operai non sono solo un ripiego. Diventano la scelta consapevole di chi ha capito di essersi illuso. Diventano nuova fonte di reddito, a volte persino più vantaggiosa. Certo, la riqualifica del territorio e il suo recupero sembrano impossibili; i danni ci sono stati e sono probabilmente irreversibili, come dice uno dei pastori. Però ora che molte delle ciminiere non funzionano più e sono solo delle cattedrali nel deserto ( un deserto che prima non c’era, perché era terra abitata da uomini, donne e animali) c’è la speranza che si sgretolino e che vengano giù da un momento all’altro, come succede nelle ultimissime inquadrature del film. “Cattedrali nel deserto” è importante perché dice cose che non si sentono nei canali ufficiali d’informazione, perché non parla il linguaggio dei potenti, ma nemmeno quello dei sindacati o degli operai sindacalizzati.
 Ed è bello non perché “sta dalla parte giusta”. Carboni riesce a cogliere la malinconia, il rammarico delle persone che intervista. La scelta degli intervistati è perfetta. Le immagini sono asciutte ma cariche di poesia e al tempo stesso di speranza. Molto bella la similitudine iniziale tra il sangue dei tonni e i residui rossastri dei fanghi industriali. Speriamo di conoscere presto qualche altro pezzo di Sardegna attraverso le immagini di Paolo Carboni.

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