(doc) “Napoli 24”, di AA. VV.

La complessità sembra fermarsi solo al primo livello, quello dei contenuti, senza incidere sostanzialmente nelle forme, restringendosi nella monotonia di sguardi uniformi. C’è un sostanziale appiattimento a qualcosa di già dato e detto (e proprio per questo, probabilmente già vecchio), agli schemi, ormai consolidati di certo cinema mainstream partenopeo. E alla fine resta l’impressione che Napoli si offra al cinema da sola, nuda e piena, oltre o nonostante gli occhi che la raccontano

napoli 24_scarparielloNapoli 24 è un progetto ambizioso, un’operazione che nasconde fascino e rischi e che si pone, in qualche modo, sul solco di una tradizione tipicamente napoletana (I vesuviani). Napoli in ventiquattro ore, oppure, anche, ventiquattro battiti, ventiquattro movimenti. Il progetto, prodotto da Angelo Curti, Nicola Giuliano, Giorgio Magliulo, ha richiesto tre anni di gestazione, soprattutto per selezionare le proposte pervenute da un centinaio di giovani autori. Un nume tutelare, Paolo Sorrentino, che firma anche l’ultimo frammento di questa opera collettiva, e la supervisione al montaggio di Giogiò Franchini, che ha cercato di tessere un filo che unisse i vari racconti. Per forza di cose, partendo da queste premesse, Napoli 24 è il ritratto complesso di una città contraddittoria e proteiforme, che fa del contrasto e dell’armonia ‘squilibrata’ tra alto e basso il suo tratto distintivo unico. Tra nobiltà decaduta ed emarginazione sociale. Da un lato, la tragedia cronica di una malattia civile e sociale che si apre come una voragine vertiginosa sul tessuto umano e urbanistico della città, dall’altro il vitalismo irrefrenabile, sanguigno e sanguinario di una metropoli irrisolta, dove anche la caduta e il dramma vengono assorbiti come parte integrante e necessaria di un unico, incessante movimento. C’è lo Scarpariello, un vecchio centenario capace ancora di esaltarsi per la bellezza delle donne e, d’altro canto, una gioventù che piomba nell’abisso a rotta di collo. C’è la devastazione e il degrado urbano, che convive con i resti gloriosi e i rimpianti di un passato di grandeur artificiale, di facciata. C’è il fermento di uno scenario artistico e culturale più che mai vivo, ma anche la rassegnata consapevolezza di un’incapacità di incidere a fondo sul destino maledetto di una città affamata (sempre) di sogni e giustizia. C’è la religione vissuta con un’intimità popolare e pagana e l’inferno fangoso dell’indifferenza. Ma tutta questa complessità sembra fermarsi solo al primo livello, quello dei contenuti, già risaputi in qualche modo, senza incidere sostanzialmente nelle forme, restringendosi nella monotonia di sguardi uniformi. Forse era proprio questo l’intento sotterraneo di questi frammenti che scorrono sullo schermo senza soluzione di continuità, al punto da far perdere, a tratti, la percezione dello stacco, della fine e dell’inizio, dei confini, di proprietà o possesso. Una sorta di espropriazione forzata che ambisce all’utopia di comunismo cinematografico napoletano. Ma l’utopia sembra venir meno proprio nei momenti in cui gli accostamenti non appaiono connessioni necessarie, nonostante gli sforzi. C’è un sostanziale appiattimento a qualcosa di già dato e detto (e proprio per questo, probabilmente già vecchio), agli schemi, ormai consolidati di certo cinema mainstream partenopeo. Un approccio gomorresco alla realtà di Napoli, rivisto e concluso alla luce del grottesco sorrentiniano. Il comunismo sognato si rivela incapace di riscattare a pieno lo spossessamento e l’alienazione degli sguardi. Tranne in alcuni istanti, in cui traspare la voglia di ricercare una prospettiva nuova, tangenziale sulla città e sulla sua vita, come nell’evocativo e splendido frammento di Bruno Oliviero, racconto di un naufragio ‘meraviglioso’. E alla fine resta l’impressione che Napoli si offra al cinema da sola, nuda e piena, oltre o nonostante gli occhi che la raccontano.
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