(doc) “Il pezzo mancante”, di Giovanni Piperno
Sono più di uno i pezzi mancanti in questa ricostruzione, complessa e stratificata che Giovanni Piperno ha realizzato sulla famiglia Agnelli. Il suo film, nella selezione della sezione Festa mobile, utilizza materiali di varia natura per recuperare la memoria dei fatti e delle persone. Il pezzo mancante è un film la cui organicità risiede nella capacità di dare forma compiuta alla complessità
Complesso e stratificato, questo ultimo lavoro di Giovanni Piperno (L’esplosione, Cento italiani matti a Pechino, Intervista a mia madre) è dotato di una propria organicità che risiede proprio nella capacità di dare forma compiuta alla complessità, non soltanto sotto un profilo narrativo, nonostante le possibili dispersioni che il racconto offriva, quanto, piuttosto, nel conferire organica struttura ai materiali utilizzati, così eterogenei ma tutti naturalmente predisposti a formare un corpo unico di ottima fattura.
Non soltanto per Torino, gli Agnelli sono stati e sono una grande dinastia di industriali, una famiglia che è cresciuta agli occhi del mondo soprattutto sotto la guida di Giovanni Agnelli, l’avvocato. Uomo di grandi qualità intuitive, sotto un profilo imprenditoriale, moderatamente eccentrico e sicuramente volto ad una congenita infedeltà coniugale. Fratello di Susanna e marito di Marella, Giovanni, deceduto nel 2003, aveva due figli, Margherita ed Eduardo ed è proprio su questa figura oltre che su quella del padre che Piperno centra le proprie attenzioni. Morto suicida qualche tempo dopo la scomparsa del cugino Giovannino, Eduardo era uno studioso, un islamista, una persona originale e riservata, che non aveva alcuna intenzione di entrare a dirigere l’azienda, con una naturale vocazione alla riservatezza.
Piperno racconta queste due figure organizzando i materiali disponibili, tanti e differenti: interviste ad amici e vecchie interviste registrate su nastro, voci fuori campo, stralci di trasmissioni televisive, interviste in video e si inventa anche dei siparietti animati che costituiscono un sorprendente, quanto prezioso, lavoro di ricucitura del narrato. In questa ricerca della memoria per ricostruire, in parallelo, la figura del padre e del figlio, e per restituire anche il clima familiare, il regista trova l’aiuto di un cugino di Eduardo, Gelasio Gaetani Lovatelli che diventa il mentore dell’autore in questo viaggio a ritroso nel tempo per dare e conservare la memoria delle persone. Gelasio custodisce anche la memoria dei luoghi, di Villarperosa, una delle residenze degli Agnelli, custodisce le lettere, in particolare una nella quale lo stesso Giovanni raccontava di avere un giorno acquistato, sul lungomare di Portofino, un pinguino da un signore che lo teneva al guinzaglio. Un aneddoto che svela ancora una volta l’eccentrica figura di quest’uomo.
Ma nello scorrere delle immagini ci si accorge che, oltre a Giovanni Agnelli, Eduardo, Giovannino, i pezzi mancanti da questa storia, che emerge con lenta definizione, sono anche altri. Giorgio Agnelli, terzo fratello di Giovanni e Susanna, afflitto da problemi di salute e morto giovane in ospedale. Figura sconosciuta e taciuta che riaffiora nonostante sia stato difficile reperire notizie sulla sua vita. Un disvelarsi lento e progressivo che si materializza nella parte finale del documentario quando viene svelato un piccolo mistero del film, un’auto coperta da un telo. Era l’auto color crema di Eduardo. Un cimelio che qualcuno custodisce gelosamente.
Piperno affronta tutti questi temi senza desiderio agiografico, ma con l’attenzione di chi vuole trarre da queste storie elementi per comprendere il presente e, nel contempo, per gettare una luce su alcune delle personalità che, piaccia o meno, hanno segnato anche il tempo di questo Paese. Dotato di una connaturata eleganza formale, il film di Piperno, nato da una ricerca nei tanti archivi disponibili (il futuro ne ritroverà molti altri di questo nostro presente), diventa anch’esso prezioso documento per saggiare i mutamenti intervenuti nella nostra società da quei tempi, non così lontani, e la nostra attualità. Un’Italia trasformata, così come oggi è trasformata la più grande industria italiana, solo parzialmente sotto il controllo della famiglia fondatrice e sempre meno radicata nel tessuto non soltanto torinese, ma in quello italiano. Piperno fa emergere dal suo documentario queste profonde mutazioni, con tono ironico e riflessivo, raccontando anche della sobrietà dei comportamenti che trasformavano in virtù i vizi umani (Ci sono due tipi di uomini – dice ad un certo punto Giovanni Agelli – quelli che parlano di donne e quelli che parlano con le donne). Non è ipocrisia, si tratta di eleganza, quello che spesso oggi manca nei comportamenti che sono privi di qualsiasi indizio di buon gusto.
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