(doc) “Cento italiani matti a Pechino”, di Giovanni Piperno
Giovanni Piperno con Cento italiani matti a Pechino accetta la sfida di lavorare su una reale parificazione tra “sano” e “malato”, all’interno della più ampia riflessione sulla marginalizzazione del disagio mentale, con un'operazione che corrisponde al senso dell’esperimento condotto dalla struttura sanitaria mentale di Trento
Ci sono situazioni e circostanze in cui la sfida è un corpo a corpo, casi in cui la sfida è giocata contro se stessi e occasioni nelle quali la sfida è con il corpo sociale e consiste nell'abbattere i muri delle convenzioni. Il disagio mentale appartiene, solitamente a quella categoria di patologie che destabilizzano i rapporti sociali e innescano meccanismi di negazione e di esclusione, mettendo a dura prova il comune buonsenso e il comune sentire.
L’esperienza raccontata da Giovanni Piperno nel suo Cento italiani matti a Pechino, è proprio una di quelle sfide volte a scardinare i luoghi comuni sulla patologia mentale, facendosi strumento per vincere le diffidenze.
Settantasette pazienti della struttura sanitaria di salute mentale trentina, con i loro accompagnatori e il personale sanitario e parasanitario, partono, in treno, con destinazione Pechino, per dimostrare che il viaggio è possibile e l’impresa non è un’utopia. Il viaggio, da sempre, nel cinema, metafora della verità, nel film di Piperno si trasforma in un congegno attraverso il quale il regista, con la complicità dei protagonisti, intende sconfiggere ogni atteggiamento ipocrita attorno alla malattia mentale. Da questo presupposto nasce il desiderio di abbattere ogni barriera tra i “sani” e i “malati”, tratto comune a molti film che già in passato si sono occupati di questo tema, ma che nel film del regista romano, assume un altro rilievo.
Le lunghe conversazioni tra i viaggiatori, i monologhi meno caratterizzati, acquisiscono sempre un carattere di “normalità”, indipendentemente se la persona appartenga all’una o all’altra “categoria”. Non vi è alcuna indulgenza, la sfida è quella di una reale parificazione che sia quindi di autentica fattura, scevra da qualsiasi condiscendenza in favore del “malato”. Sotto questo aspetto Cento italiani matti a Pechino integra l’esperimento sanitario. Infatti se il viaggio organizzato dalla struttura sanitaria tende ad una progressiva destrutturazione delle relazioni tra “sani” e “malati” per condurre una riflessione collettiva sulle questioni che riguardano la marginalizzazione del malato, con lo scopo di una sua integrale inclusione, anche il film, grazie a quell’operazione, che armonicamente corrisponde al senso dell’iniziativa, diventa, sotto il profilo cinematografico, utile strumento di integrazione contro il disagio.
È proprio la struttura della sfida quindi a rendere interessante l’esperimento. La diluizione dei conflitti, nel lungo periodo trascorso dalla numerosa comitiva, istituisce sempre nuove e possibili relazioni umane che progressivamente cancellano barriere, difese e diffidenze.
Forse al film sarebbe servita una maggiore chiarificazione del senso complessivo del viaggio intrapreso dal gruppo. Sarà solo lo spettatore più attento a ricercare le risposte alle domande che la visione del film pone. La stessa struttura del film, volutamente “disordinata”, non agevola la ricerca, come si trattasse di uno zibaldone dentro il quale ricercare un filo conduttore. D’altro canto, però, questo aspetto costituisce anche il fascino segreto di questo documentario. Il film di Piperno è quindi anche un diario di viaggio,casuale, ma preciso nel cogliere ogni mutamento che prefigura una modifica della situazione. Un taccuino nel quale si annotano i fatti importanti, le piccole evoluzioni quotidiane dei rapporti, le loro dinamiche anche sul filo di una occasionale, ma evidente tensione tra gli accompagnatori e il personale. Ma il convoglio, con il suo carico di problemi e riflessioni, attraversa veloce l’est europeo tracciando i nuovi confini del disagio mentale e allargando le prospettive per una sua nuova interpretazione.
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