(doc) “La casa del padre”, di Sebastiano D’Ayala Valva
Sull’incompiutezza e sui nodi irrisolti della figura paterna si concentra lo sguardo del regista, alla ricerca di risposte oltre l’assenza, nel tentativo di ricucire la fragilità dei rapporti attraverso la concretezza delle cose e delle opere. E, alla fine, in questo continuo girare, sembra che a dominare l’intero film sia un altro fantasma
Fare cinema per ritrovarsi nell’intimità di uno spazio condiviso, per ricostruire una sorta di focolare che rinsaldi il senso dei legami e ripari dalle avversità del Tempo. Girare film come case, luoghi da rigirare e abitare con lo sguardo, la mente e il cuore. Disegnare l’immagine, per renderla finalmente viva e vivibile. Come fosse architettura. C’è questa fascinazione nascosta tra le pieghe de La casa del padre, il documentario che Sebastiano D’Ayala Valva dedica al padre Francesco, autorevole esponente dell’architettura organica, allievo del grande Frank Lloyd Wright nel campus laboratorio di Taliesin, in Arizona. Classe 1928, oltre cinquant’anni di carriera, tra il Messico, l’Italia, il Medio Oriente. Un personaggio eccentrico e affascinante, tanto consapevole, geniale e concreto nel suo lavoro, quanto sconclusionato nella vita privata. Sei figli da tre donne diverse, avventure ed esperienze da un capo all’altro del mondo. Su queste premesse, La casa del padre viene a essere non solo il ritratto di un architetto teoricamente illuminante (l’architettura dà il meglio di sé quando è chiamata a confrontarsi con i limiti, limiti economici, geologici e geografici, limiti posti dallo stesso committente, che diviene, inconsapevolmente, il più importante ispiratore del progetto e dell’opera), ma anche e soprattutto un quadro di famiglia, in cui ognuno è chiamato a confrontarsi con questa figura a suo modo ingombrante e, tramite essa, con tutti gli altri. Cinema confessione, che nasconde il rischio di qualsiasi discorso condotto in prima persona, una sovraesposizione soggettiva ai limiti del monologo impudico. Ma, evitando la caduta, Sebastiano D’Ayala Valva scopre un cuore segreto che cresce emotivamente su l’opposizione fondamentale tra presenza e assenza. Da un lato, la costante presenza del padre di fronte all’obiettivo, corpo ossessionante, che è la cifra materica di una dipendenza anche psicologica, dell’ingombro di una figura estrema, che però si fa sentire soprattutto perché distante, assente nel rapporto con i figli. D’altro canto, è la stessa architettura ad affermarsi come presenza e assenza. Passione e interesse totalizzante, creazione di strutture che hanno una loro solidità, una loro pesantezza permanente. Almeno fino a quando non interviene la modifica non prevista, che scompagina il disegno e il progetto, fa saltare la riflessione e mancare l’obiettivo. E’ nell’impossibilità del controllo permanente da parte del creatore, che l’architettura mostra dunque i suoi limiti, tradendo a suo modo e ‘assentandosi’ nella durata. Ma proprio in questo suo mancare attraverso l’evoluzione continua e la modifica costante, si nasconde la sua vitalità, organica appunto. Non è un caso che proprio “la Casuccia”, l’opera incompleta di Francesco D’Ayala Valva, in perenne costruzione, sia la sua creazione più vitale, più piena di cose, persone, animali, proiezione inarrestabile di una riflessione e di un passione in movimento. Come se la vita potesse passare solo attraverso i vuoti di un gesto incompiuto, l’indefinito di un’espressione artistica sempre in divenire. E proprio su questa incompiutezza, sui nodi irrisolti della figura paterna, si concentra lo sguardo di Sebastiano, alla ricerca di risposte oltre l’assenza, nel tentativo di ricucire la fragilità dei rapporti attraverso la concretezza delle cose e delle opere. E, alla fine, in questo continuo girare, sembra che a dominare l’intero film sia un altro fantasma, quello della madre morta, fuggita anni prima in Inghilterra, a suo modo rinnegata per ritornare alla casa del padre. “Non avrei mai dovuto lasciare tua madre”, ammette a un certo punto l’architetto. Ecco. Il fantasma è più reale che mai e si muove tra le mura e i giardini di una casa vuota solo all’apparenza. Segnando ancora il senso del passato e del presente.
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