(doc) "Ombre di luce", di Massimo D'orzi


Lo sguardo del regista Massimo D'orzi ci fa assaporare l'atmosfera indeterminata di un luogo speciale all'interno della 'balena' universitaria. Un giardino dei pensieri nel labirinto crepuscolare della polverosa istituzione. Un documentario libero di  percorrere corridoi e aule, di uscire sulla piazza pronta all'agitazione.  Sotto, nelle fondamenta, un esperimento libero e arcaico riporta gli stessi giovani al contatto diretto con le primordiali sensazioni del sogno e della creatività. Una generazione pronta a non arrendersi agli eventi di un tempo presente maleodorante e sfinito

Quanto sia difficile oggi raccontare i vent'anni al cinema o in televisione lo osserviamo con crescenti delusioni. Più le voci e i gesti dei ragazzi calcano il palcoscenico dell'attualità e più i mezzi d'informazione arretrano, molto spaventati. Mostrando di questa generazione solo una superficie abbondantemente stereotipata. Le ultime piazze colorate dai cortei, le aule piene per le assemblee e purtroppo gli scontri contro le forze dell'ordine. Spesso proprio in quest'odine d'apparizione. Di quello che pensano e sognano non importa molto a nessuno. Basta incasellarne e sfruttarne a sinistra e a destra il movimento vitalistico delle proteste contro il governo, per scioglierne il profondo malessere nel fiume incocludente dei notiziari o tra le righe di sontuosi editoriali. Gli ultimi due anni hanno assunto per l'università italiana il punto di crisi forse più profondo tra il governo politico dell'istituzione e il popolo studentesco/accademcio. Un abisso incolmabile. Un equilibrio all'orizzonte ormai irrecuperabile. Con le immagini dei fuochi della protesta che si alzavano da Piazza del Popolo. In una Roma a fine 2010 che rievocava il lontano e sfinito 68' in bianco e nero. Il documentario Ombre di luce viaggia a ritroso in questo contesto e lo fa scavando letteralmente nelle fondamenta dell'università 'La Sapienza' di Roma. Raccontando la vita di un laboratorio di scrittura creativa che si tiene verso sera nei piani bassi della gloriosa Facoltà di Lettere (oggi Scienze umanistiche e altro ancora). Un universo rarefatto e isolato dal 'moloch' accademico dove due docenti, uno scrittore e un'artista: Mery Tortolini, Annio G. Stasi, cercano di condurre per mano i ragazzi nel (ri)trovare quei percorsi tra creatività, libertà espressiva e razionalità della scrittura, che spesso abbiamo inconsapevolemente abbandanato. Un laboratorio informale che somiglia molto ad un 'happening' artistico per il  modo in cui riesce a coinvolgere e stupire gli stessi studenti che  si mettono a nudo davanti alla possibilità di riscoprire un principio primoridale della creatività. La macchina a mano del regista Massimo D'orzi (Adisa o la storia dei mille anni, Sàmara) ci fa assaporare quest'atmosfera indeterminata, un luogo speciale all'interno della 'balena' della conoscenza. Un giardino dei pensieri nel labirinto crepuscolare della polverosa istituzione. Lo sguardo del regista è libero di  percorrere corridoi e aule, di uscire sulla piazza pronta all'agitazione per urlare il 'no' alla contestatissima riforma Gelmini. E sotto, nelle fondamenta, un esperiemento libero e arcaico riporta gli stessi giovani al contatto diretto con le primordiali sensazioni del sogno e del disegno. Lontano da suggerimenti lingustici come la  serie di documentari Avere Ventanni di Massimo Coppola andata in onda qualche anno fa su Mtv, il bellissimo film La classe di Laurent Cantet, o l'incubo metaforico de L'Onda del regista tedesco Dennis Gansel.  D'orzi possiede la viscerale curiosità dell'esploratore antropologico e un poetico sentimentalismo.  Asseconda con un discreto pedinamento 'nouvelle vogue' gli allievi del laboratorio e ne registra le confuse emozioni una volta finito il corso. Riesce a mostrarne i sogni e la rabbia. Poco per volta quella luce al tramonto, che penetra nell'aula a vetri, avvolge ogni volto. Così le parole dei due insegnati raccolgono, in un'alchimia straordinaria, il futuro nascosto tra i sogni di un'intera generazione. Pronta a non arrendersi agli eventi deludenti di un tempo presente maleodorante e sfinito.Prodotto da IL GIGANTE in collaborazione con l'Università di Roma "La Sapienza" assieme a DIGILAB - Mediateca delle Scienze Umanistiche.

 

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