(doc) "Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen", di Laura Halilovic
Scene di vita quotidiana di una diciannovenne rom e della lettera che spedisce al suo idolo, Woody Allen. Ironico, fresco, inusuale sguardo interno ad un mondo difficile da capire e da raccontare. Peccato che l’autocommiserazione prenda, qua e là, il posto dell’ironia, precipitando il discorso nello stereotipo. Prodotto dal Fondo regionale per il documentario della Regione Piemonte, in collaborazione con Rai Tre, Doc 3 e con il Programma Media della Comunità europea
Torino, esterno giorno, periferia. Laura Halilovic è una diciannovenne rom che vive in una casa popolare con la famiglia. Al contrario di altri parenti che continuano a sfuggire agli sgomberi, spostandosi da un terreno all’altro, loro si sono fermati. Si sono stabiliti in un appartamento, proprio come i gagé loro vicini di casa. Laura ha dei ricordi molto fervidi della sua vita all’aperto. Filmini, foto, danze. Ancora le manca, certe volte. Anche se, confessa, ormai non capita quasi più.
Laura è nata e cresciuta in Italia ed è innamorata di Woody Allen. Sì, di Woody Allen. Non di Robert Pattinson o di qualche altro idolo adorato dalle sue coetanee. Ci dice che la sua è stata passione a prima vista. O forse a primo udito, perché, ricorda, lei era bambina e dalla tv accesa alle sue spalle ha sentìto questa voce da cartone animato. Si è girata e c’era lui. E in quel momento Laura Halilovic ha capito che da grande avrebbe fatto la regista.
Laura scrive una lettera al suo idolo e gliela manda. Il racconto prosegue nell’attesa, vana, di una risposta del regista newyorkese, che puntualmente non arriva, lasciando la sgangherata cassetta delle lettere vuota.
Già non sono tantissimi i documentari girati da donne, da una ragazza italiana d’origine rom ancor meno. Io, la mia famiglia rom e Woody Allen è quindi un reperto prezioso. La scelta di amalgamare piccole interviste, filmini e foto d’epoca, scene d’esterni e d’interni girate con la macchina da presa fissa o barcollante – mentre segue, per esempio, la nonna nei campi o la mamma con il carrello della spesa al supermercato –, con la finzione narrativa della lettera e del matrimonio combinato è una buona intuizione e funziona bene. Purtroppo la regista non riesce a non cadere nella trappola dell’autocommiserazione e del compiacimento culturale. Frasi come “i gagé hanno paura di noi perché siamo liberi e non vogliamo essere uguali a loro”, sono francamente una caduta precipitosa nelle frasi fatte e in inutili quanto insistenti preconcetti.
Peccato, perché qui il punto non è e non era decidere da che parte stare o rivendicare i diritti del popolo del vento, quanto parlarne per raccontare un punto di vista inusuale, interno e al tempo stesso esterno in quanto integrato, con tutto quello che la parola integrazione comporta. E infatti le parti più belle di Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen sono quelle davvero inusuali, davvero nuove perché lontane dai soliti lamenti e rivendicazioni di una libertà letta troppo spesso in modo unilaterale. Sono belle, per esempio, le inquadrature in cucina, con la macchina da presa che non si alza dalle mani della mamma di Laura e di Laura stessa, mentre preparano una sfoglia prima di metterla in forno. Sono divertenti e funzionano bene le scene della famiglia del pretendente, deformate e sfocate come in un ironico sogno/incubo. E c’è dell’ironia efficace anche nella scrittura della lettera, così come nel racconto, documentato da foto e piccole riprese, del viaggio alla 64esima Mostra del Cinema di Venezia, con l’arrivo di George Clooney e di quello là, come si chiama, Brad Pitt, mentre l’attesa spasmodica era tutta per lui, per Woody che arriva, le fa un autografo e va via in fretta, con la sua penna. Sono belle e dicono tanto nel loro silenzio le immagini di drappi bianchissimi, perline e merletti da sposa, su cui la macchina da presa scivola e scorre lentamente, che inframezzano il film. Funziona in fondo molto bene anche la voce narrante, tranne quando, come si è detto prima, cade in trappole prevedibili. Se avesse tenuto il punto fino in fondo, se si fosse limitata di più al suo Woody, Laura Halilovic avrebbe forse fatto un documentario perfetto. Ci avrebbe detto molto più dei Rom. E con molti meno pregiudizi.
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