(doc) “In Film Nist” (Ceci n’est pas un film), di Jafar Panahi


 “Clandestinamente”, con l’aiuto di Mojtaba Mirtahmasb, Panahi realizza il film che aveva minacciato di fare, anzi un non film, sulla sua drammatica condizione. Si stacca dalla rappresentazione per volgersi verso la presenza. La presenza non è solo affare di una visione: essa si dà ad un incontro e ad un'inquietudine costante. Racconta possibili film, si muove freneticamente nella stanza, ansioso di girare, come un podista del "movimento/cinema" e del tempo, baluardo dell'Iran moderno: duro e caotico tra ulivi e frumento, cemento e metropoli

in film nist“…Sono sicuro però che nessuna censura può ingabbiare il cinema a vita. L'importante è provare a fare film che non abbiano date di scadenza. La cosa che più mi rattrista è constatare che con i riformisti al governo paradossalmente le cose sono diventate più difficili. Un giorno li ho minacciati che mi sarei chiuso in una stanza con un attore e avrei girato un film più pericoloso per loro. Fortunatamente nessun regista è andato ancora in prigione: se hai il supporto del pubblico è difficile che si possano subire repressioni estreme..”. Questa è l’estrapolazione, da una dichiarazione rilasciata proprio da Jafar Panahi, in conferenza stampa nel 2004 a Cannes, dopo la proiezione di Oro rosso. A distanza di sette anni, purtroppo le parole del regista non sono state ascoltate dai suoi governanti, che gli hanno inflitto 6 anni di detenzione e 20 anni di interdizione da ogni attività lavorativa cinematografica. Allora Il portavoce del “Green Moviment” e il realizzatore di opere memorabili, “clandestinamente” e grazie all’amico collega Mojtaba Mirtahmasb (che gli fa da operatore e montatore), realizza il film che aveva minacciato di fare, anzi un non film (come da titolo), sulla sua condizione drammatica: agli arresti domiciliari, rubato del proprio lavoro, privo di un effettivo sostegno da parte dei colleghi iraniani. Ventiquattro ore nel suo appartamento con una telecamera professionale sempre accesa e lasciata in ogni angolo, poggiata su supporti di fortuna, e un iphone che scompiglia l’immaginario, o meglio lo sovrappone, stratificandolo, mistificandolo, scavalcandolo. Questo non è un film, è la rappresentazione di un film, è qualcosa che sta per…, ma non è un film. La sorpresa, il senso di spaesamento che abbiamo provato di fronte a Panahi ci dice che non abbiamo compreso le sue intenzioni, il vero significato della sua opera. Ci avverte di quanto sia facile fraintendere, sbagliare quando abbiamo a che fare con il rappresentato; ci dice che è necessario possedere la “chiave di lettura” giusta, del codice corretto per capire pienamente, per non travisare. Ci dice che diamo per scontate delle cose che scontate non sono per niente. Quindi si stacca dalla rappresentazione per volgersi verso la presenza. La presenza non è solo affare di una visione: essa si dà ad un incontro e ad un'inquietudine costante. Richiama a gran voce il suo cinema, anche se al “cut”, l’operatore spesso non risponde. Dialoga in camera, dialoga con il cinema stesso. Cinema che ha a che fare con l'evidenza, per cui le immagini sono svuotate da qualsiasi senso esterno, e colte da uno sguardo attraverso il quale è il mondo stesso (chiuso in quattro mura) a muoversi su se stesso in direzione del suo continuare semplicemente ad essere. Dell'immagine non resta che la sua nudità, la sua superficie quanto mai profonda, la sua pelle, ciò per cui ciascuna immagine diventa singolare e attira su di sé uno sguardo, un desiderio, una repulsione, un assenso, un diniego, una ferita, una gioia. Panahi si sente come la bambina protagonista de Lo specchio, spodestato dal proprio ruolo di uomo libero, prima di tutto. Ricostruisce in salone il set di possibili film, si muove freneticamente nella stanza, ansioso di raccontare, girare, come un podista del "movimento/cinema" e del tempo, baluardo imperioso dell'Iran moderno: duro e caotico tra ulivi e in film nistfrumento, cemento e metropoli. A un certo istante si sente ridicolo, amareggiato, sul punto di piangere. Ha liberato il cinema, regalandoci una lezione di vita e cinema insieme, la sua sceneggiatura è già in volo, in rete, nel cuore. Anche il suo caimano attraversa il set, si aggrappa al suo corpo, come unico compagno di una giornata particolare. I vicini si servono di lui per lasciargli il cane in custodia e la macchina da presa è sempre accesa. Vira verso la fiction quando entra in campo il ragazzo che ritira la spazzatura. Si lascia intervistare, raccontare. Scendono con l’ascensore al piano terra, il ragazzo intima Panahi di nascondersi e non farsi vedere “armato”. All’ingresso un fuoco e giovani che danzano intorno, festeggiano il Capodanno persiano (Nowruz), appunto il “Giorno del fuoco” e della speranza. Sulla soglia sospende il suo sguardo, montato e scandito nella familiare finzione dello scorrere di attimi e spasmi, fino ai titoli di coda e i ringraziamenti, quindi il vuoto… ancora da coprire.    
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