(doc) “Nosotras – Noi che siamo ancora vive”, di Daniele Cini e Osvaldo Alzari
Scegliendo, anche giustamente, di aderire appieno alla prospettiva delle vittime, Daniele Cini abbraccia l’idea di ‘documentario testimonianza’, che fa muovere la Storia lungo l’asse centrale di un racconto canonico, con tanto di inizio e fine. Ricostruite attraverso le parole dei sopravvissuti, delle madri di Plaza de Mayo, dei figli persi e ritrovati, la dittatura e la tragedia dei desaparecidos diventano una specie di parentesi, aperta e chiusa all’interno dello svolgimento del processo, un flashback che s’inserisce nel giudizio, perfettamente adattato e inglobato nel rito. La Storia è sempre in campo, riagitata o rievocata, ma comunque un segmento (ormai) concluso
Nosotras – Noi che siamo ancora vive è, innanzitutto, il resoconto del processo svoltosi a Roma tra il 2006 e il 2007 a carico di cinque ufficiali argentini (Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Antonio Vanek, Hector Antonio Febres, Jorge Raul Vildoza) per l’uccisione, durante gli anni della dittatura militare, di tre desaparecidos di origini italiane, Angela Maria Aieta, Giovanni e Susanna Pegoraro. Il documentario di Daniele Cini, realizzato con la collaborazione di Osvaldo Alzari, si lega, dunque, a stretta mandata con l’iter giudiziario, al punto da esserne prepotentemente condizionato nella struttura. Ma è chiaro che il processo diviene automaticamente l’occasione per rievocare (e condannare) i famigerati orrori dell’ESMA, la Scuola Meccanica della Marina Militare, teatro di uno dei momenti più bui della storia argentina: più di 5000 morti, un’intera generazione di giovani mandati al macello, sequestrati, torturati e uccisi dal regime. E così il racconto delle testimoni, le sopravvissute alla prigionia, le madri e le nonne delle vittime, s’intreccia con le immagini di repertorio, brevi scene ricostruite, fotografie, momenti presi dall’attualità e quant’altro. Un lavoro sui materiali approfondito e stratificato, che viene a comporre un quadro di forte impatto emotivo. Ma, proprio a voler esser pignoli, va detto che questa eterogeneità dei materiali non si traduce mai in una reale complessità dei punti di vista. Scegliendo, anche giustamente, di aderire appieno alla prospettiva delle vittime, Daniele Cini abbraccia l’idea di ‘documentario testimonianza’, che fa muovere la Storia lungo l’asse centrale di un racconto canonico, con tanto di inizio e fine. Ricostruite attraverso le parole dei sopravvissuti, delle madri di Plaza de Mayo, dei figli persi e ritrovati, la dittatura e la tragedia dei desaparecidos finiscono diventano una specie di parentesi, aperta e chiusa all’interno dello svolgimento del processo, un flashback che s’inserisce nel giudizio, perfettamente adattato e inglobato nel rito. La Storia è sempre in campo, riagitata o rievocata, ma comunque un segmento (ormai) concluso. Si ha, allora, l’impressione che i contorni del dramma, colpe e responsabilità, siano pienamente definiti e che, in qualche modo, tutto si risolva in un sentenza di condanna. Viene in mente per contrapposizione Duch, le maître des forges de l’enfer di Rithy Pahn, che sceglie di affrontare il problema di Comolli, quella fondamentale domanda politica: come si filma il nemico? Perciò il regista cambogiano si mette di fronte a Kaing Guek Eav, lo scientifico carnefice dei Khmer rossi e, senza alcuna apparente giudizio, ne ascolta le riflessioni, i deliri, i ripensamenti, lasciando che tutto l’orrore emerga come fuoricampo. Come a dire che la tragedia non è mai assimilabile o raccontabile, se ne possono percepire alcuni contorni, ma rimane là, oltre la nostra portata, è un estraneo indesiderato, una minaccia sempre presente. Ecco, in Nosotras c’è l’in campo del dolore e della memoria, ma la loro densità sembra non lasciar spazio a quest’orrore, a questo fuoricampo incontrollabile. E rimaniamo col dubbio che la morte ci sia solo passata accanto. Ma è davvero solo un pensiero fugace.
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