(doc) "A Slum Symphony", di Cristiano Barbarossa

Un documentario di grande onestà e impegno (oltre cinque anni di lavorazione) racconta le sfide del Sistema Nacional de Orquestas Juveniles e Infantiles de Venezuela attraverso la storia di alcuni bambini e adolescenti che cercano nella musica la via di uscita dal crimine e dalla miseria

A slum symphony
di Paolino Nappi
 
Comincia con un montaggio serrato sulle note altrettanto drammatiche e concitate del Sacre du printemps, il film A Slum Symphony - Allegro crescendo. Da una parte scene di ordinario terrore di una notte in una baraccopoli di Caracas, dall’altra il maestro Gustavo Dudamel che dirige l’Orchestra Sinfonica Giovanile Simón Bolívar in una grande sala da concerti. Sulla linea sottile che divide questi due poli, la violenza e la povertà del barrio e la possibilità del riscatto attraverso la musica, si svolgono e si intrecciano le storie raccontate da Cristiano Barbarossa. Sullo sfondo di una delle iniziative di politica sociale più imponenti messe in pratica in America Latina (il Sistema Nacional de Orquestas Juveniles e Infantiles de Venezuela fondato nel 1976 dal maestro José A. Abreu), il regista segue per ben cinque anni (dal 2004 al 2009) le vicende di alcuni bambini e ragazzi, fuori e dentro la scuola di musica. Ci porta nelle sale di prova con maestri entusiasti e carismatici, nelle case (talvolta, come nel caso dell’adolescente Jonathan, che vive a La Guaira, poco più che tuguri) e nei vicoli della capitale del Venezuela, una città che conta 4000 omicidi all’anno (contro i 170 di Londra e i 30 di Roma), riprende da vicino i sogni e il lavoro duro che accompagnano i giorni di questi giovani musicisti, le speranze dei genitori e i passi falsi di chi rischia di perdersi (il piccolo orfano Fabio), ma anche i successi internazionali dei grandi talenti (la violinista quindicenne Angelica) e dell’Orchestra Simón Bolívar.
Ciò che più salta all’occhio dello spettatore di questo onestissimo documentario (e forse una prova aggiuntiva di tale onestà è il fatto che il volto del presidente Chávez si intraveda solo per pochi secondi…) è la freschezza di uno sguardo che, come i protagonisti che racconta, sembra vivere di speranze pacate e di una naturale aderenza alle cose. Le fatiche e le miserie quotidiane di chi lotta senza eroismi, la violenza spesso gratuita di quella che ha tutta l’aria di sembrare una guerra tra poveri, e spesso tra adolescenti poveri, che non esitano ad ammazzarsi per futili motivi, sono narrate senza retorica terzomondista, senza vittimismi (e senza facili sensazionalismi): per tutti questi motivi, in diversi momenti si sfiora un’autentica commozione. Come sono autentiche l’emozione e il coinvolgimento di Claudio Abbado durante una visita a Caracas, dove ha modo di apprezzare anche le qualità strettamente musicali delle orchestre giovanili (e un ragazzo che gli stringe la mano confessa: non me la laverò più). Trasferire l’interesse e l’ammirazione dei giovani  dal culto della violenza e delle armi alla passione per la musica e l’impegno: è questa la grande sfida di chi dedica la propria vita all’educazione nell’ambito del Sistema. “Fare in modo che quell’arma venga sostituita da un violino o da un clarinetto, dà un nuovo senso alla loro vita”, dichiara un insegnante. Ma A Slum Symphony, nella sua complessità “di lunga durata” è anche un film, delicato e a volte persino pudico, su uno dei temi che da sempre affascinano i narratori, cinematografici e non: il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la crescita individuale e la relativa resa dei conti con la realtà e con le proprie potenzialità.
 
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