(doc) "Girls On The Air", di Valentina Monti
Il documentario di Valentina Monti si incunea nella complessa realtà dell’odierno Afghanistan, scende “sul campo” per indagare fenomeni totalmente invisibili all’opinione pubblica internazionale: la nascita del sentire comune di un popolo

Come si riconosce la Democrazia? È un valore che si importa come la merce? Basta una veloce guerra e nuove leggi scritte in fretta e furia per conquistarla? Insomma, qual è il confine tra l’essere veramente liberi e l’essere ancora sotto assedio? Forse tali confini iniziano e finiscono con libertà di pensiero, di parola, di informazione. L’Afghanistan è oggi una gigantesca metafora del sistema Mondo: dove tradizioni millenarie, usi e costumi imposti da una lunga dittatura e nuove possibilità concesse dalla liberazione del 2002 si mescolano tra loro convivendo faticosamente.
Il documentario di Valentina Monti intende appunto incunearsi in questa complessa realtà, scendere “sul campo” per indagare fenomeni totalmente invisibili all’opinione pubblica internazionale: la nascita del sentire comune di un popolo. E come in ogni Nazione che sta compiendo i propri primi passi, i mezzi di comunicazione offrono l’unica vera e riscontrabile interfaccia culturale: è la radio (e non una Costituzione, nuove leggi o deboli Presidenti) a divenire l’unica vera promotrice di questa fantomatica democrazia. Girls on the air si occupa di una radio in particolare, Radio Sahar nella città di Herat, dove la venticinquenne Humaira che si definisce “figlia della guerra” rappresenta una scheggia di libertà all’interno di un reale ancora oppresso. Oppresso dalle ingiustizie perpetrate sulle donne per esempio, costrette a non avere una coscienza civile e ad essere solo merce di scambio per le rispettive famiglie. E allora Humaira e le sue coraggiose colleghe, cuffie in testa e microfono in mano, documentano una realtà che non cambia così velocemente come i governi. Le loro voci si espandono per la città quasi inascoltate, vagano on the air come semi di una consapevolezza ancora non attecchita. Ma sono voci di denuncia che creano comunque “movimento”, stimolano opinioni contrastanti (soprattutto femminili ovviamente) e compiono il primo passo verso la vera libertà.
Bene, Girls on the air fa esattamente la stessa cosa nei confronti del pubblico occidentale: la sua macchina da presa si tiene intelligentemente lontana, non risulta mai invadente, lascia spazio alle sue protagoniste cercando continuamente la “giusta distanza” tra la storia che ci stanno raccontando e la Storia che è maledettamente più grande di qualsiasi racconto. Le tristi testimonianze di queste donne afghane vengono infatti intervallate dalla passione di Humaira per la poesia, “l’esplorazione del mondo interiore di un’altra persona” come sostiene: un controcampo emozionale che fa deragliare anche il film (in)seguendone i versi tra la sabbia del deserto o il cemento delle case. Una strategia registica forse un po’ troppo schematica, ma che regala comunque suggestive idee visive. E non a caso un film che si è occupato principalmente di “parole” pronunciate in una coraggiosa radio, termina invece con la protagonista che impugna una fotocamera. Si termina con le “immagini” quindi, con le fotografie che Humaira (ci) spedisce dal lontano Canada dove è andata a conoscere il Mondo per poi tornare a cambiare il suo Paese. Girls on the air è un documentario che offre punti di vista inediti e preziosi sul nostro presente, spingendo la riflessione oltre il limite della mera informazione e oltre il pregiudizio di un distorto immaginario. Un cinema che in punta di piedi riesce ad essere bello e necessario.
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