Without you I'm LOST



Vero e proprio fenomeno pop in grado di fondere magistralmente cultura alta e popolare, LOST ha dato vita ad una schiera di addicted più o meno consapevoli di quanto andava accadendo davanti ai loro occhi: per la prima volta, una serie portava all'estremo le caratteristiche proprie del racconto cinematografico, spingendosi ancora oltre.

Lost Supper

Dal non essere fammi andare all’essere! Dalla tenebra fammi andare alla luce! Dalla morte fammi andare all’immortalità!

 Brhad-aranyaka-upanisad

 

Lo scorso 23 maggio si è concluso uno dei più importanti fenomeni mediatici dei nostri tempi. Con milioni di spettatori all’attivo, e il vanto di essere riuscita a far slittare il discorso presidenziale, LOST ha infatti segnato indelebilmente la storia della serialità televisiva, portando sul piccolo schermo la libertà narrativa della dimensione cinematografica, per poi spingersi ancora oltre. Connotandosi come vero e proprio fenomeno pop in grado di fondere magistralmente cultura alta e popolare, ha dato vita ad una schiera di addicted più o meno consapevoli di quanto andava accadendo davanti ai loro occhi: per la prima volta, una serie faceva sue le caratteristiche proprie del grande schermo estremizzandole, divertendosi di volta in volta ad assumere i contorni di un trattato di fisica quantistica, filosofia orientale, teorie new age,  senza mai dimenticare  la suspence del thriller e dello sci-fi, e mettendo su una rete di intrecci, ormai possiamo dirlo, inestricabili. Lo sviluppo stratificato di sottotrame moltiplicate all’estremo, le ha infatti permesso di aprire la strada ad una molteplicità di universi narrativi, caratterizzati da un’incompiutezza che va a braccetto con gli assunti filosofici della serie.  A livello stilistico, l’introduzione di queste sottotrame è stata resa possibile proprio da un uso cinematografico del tempo, il quale ha permesso, a sua volta, di sondare in profondità gli animi dei protagonisti, introducendo così un’altra caratteristica peculiare del racconto destinato al grande schermo: l’arco di trasformazione del personaggio. Grazie al pretesto di un luogo mitico, in grado di spostarsi nell’arco temporale, viene infatti introdotto l’uso non solo di illuminanti flashback e flashforward, ma anche di flashsideways, ovvero realtà parallele portate avanti con la stessa veemenza dell’esistenza reale. Se queste modalità hanno da un lato mostrato come ormai il racconto televisivo sia in grado non solo di reggere la competizione, ma di osare anche più di quello cinematografico, dall’altra hanno permesso di introdurre una conoscenza particolarmente intima dei personaggi, che hanno trovato, nelle avventure sull’isola, il loro vero e proprio viaggio dell’eroe. Prendiamo quello che, più o meno palesemente durante tutte le stagioni, ed in modo lampante nell’episodio finale, si è rivelato essere il nostro effettivo traghettatore in quest’universo parallelo: Jack Shepard. Come spiegato più volte dagli stessi sceneggiatori, Jack è ossessionato fin dall’inizio dal rapporto insoluto col padre, che ne ha sempre sminuito il carisma di leader nonostante i numerosi successi professionali.  Una volta sull’isola, viene chiamato ad assumere proprio una posizione di comando, per la quale si batte strenuamente durante tutte le  stagioni della serie, portando gli altri personaggi alla quasi rovina, fin quando la catarsi finale, il satori, sta proprio nella comprensione del perché dell’isola, di non essere lui il leader designato, e nella conseguente accettazione di una simile realtà con il sereno passaggio del testimone ad Hurley. Non c’è bisogno che Jack sopravviva, perché il suo cammino di conoscenza è compiuto: non solo, il passaggio ad un’altra vita gli permette contemporaneamente lo scioglimento del conflitto col padre e la conversione totale in uomo di fede, cammino, anche questo, sviluppatosi di pari passo con l’evolversi della serie. Se il cardine tematico iniziale è infatti il conflitto tra fededharma initiative e ragione, nell’arco delle 6 stagioni assistiamo alla conversione dell’uomo di scienza, che viene esplicitata nella stagione finale proprio dal ribaltamento dei ruoli tra lui e Locke:  da sempre in conflitto,  con la morte di Locke e l’assunzione delle sue sembianze da parte del fumo nero, i loro ruoli complementari vengono totalmente ribaltati. Con questo stravolgimento sfuma anche il contrasto filosofico delle prime stagioni: se all’inizio si rimane incastrati nel dualismo occidentale ragione contro fede, con il subentrare di altre scuole di pensiero, come le filosofie orientali e la fisica quantistica, questo cede infatti il passo al paradosso, che permette la convivenza pacifica di due realtà parallele, quella sull’isola ed i flashsideways, altrimenti inaccettabili. Ed al paradosso, in effetti, il pubblico viene “addomesticato” con una evidenza quasi sconcertante, se si ragiona sul fatto che una delle spiegazioni più diffuse riguardo alle possibili interpretazioni della serie è che la vita portata avanti sull’isola (quella ragionevolmente più inverosimile) sia data come eventualità reale, mentre le esistenze parallele dei personaggi siano concepite invece come un universo fittizio, creato dalle anime dei sopravvissuti unicamente per trovare la propria pacificazione finale. L’apertura alle più svariate interpretazioni si connota d’altronde come uno dei tratti peculiari di una serie che, sin dall’inizio, ha giocato sull’ambivalenza del titolo, riferito non tanto ai corpi dei personaggi sull’isola, quanto alle anime di uomini e donne bisognosi di redenzione. Il focus totale sul personaggio più che sulla trama, sul sentire più che sul conoscere, è dunque uno dei suoi tratti fondamentali: lo spazio in cui si muovono  realmente i personaggi non è tanto quello concreto della superficie delle cose, quanto quello profondo ed insondabile dell’inconscio. Qualsiasi tentativo di decifrazione, per quanto verosimile, diviene in questo senso per sua stessa natura  destinato a rivelarsi fallimentare. Aprendo la via ad innumerevoli possibilità di interpretazione, gli sceneggiatori hanno reso gli spettatori parte integrante  del processo creativo, ribadendo in tal modo non solo l’importanza del sentire (in virtù del quale ognuno può dare l’interpretazione che percepisce come reale) ma anche della condivisione, che si rivela essere così il fulcro tematico della serie. L’unione delle anime nell’illuminazione finale permette difatti tanto ai personaggi quanto allo spettatore di capire come proprio la condivisione sia stata la condizione essenziale per il progresso spirituale dei protagonisti, ciò che ha permesso loro di ritrovarsi a tutti gli effetti.  Ed è così, nella sua estrema apertura ad ogni interpretazione, nella tensione al cambiamento dei personaggi, nella stratificazione quasi inestricabile di influenze letterarie, scientifiche, filosofiche e religiose che LOST diviene specchio della nostra esistenza, trovando la sua sublimazione in un finale aperto che si confà appieno alla sua indefinitezza. Perché trovare le risposte equivarrebbe a smettere di cercare, ed è la vita stessa ad essere una ricerca senza fine.

 

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Sono presenti 2 commenti
 
  1. brava! ottima recensione!

    Inviato da Jess il 04/06/2010
  2. complimenti, bellissima recensione su lost!

    Inviato da dario il 02/06/2010
 

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