SERIE TV - Game of Thrones, il mio regno per un dothraki
Con questa serie tratta dalle pagine scritte da George R.R. Martin e impreziosita dall'interpretazione di Sean Bean, HBO riesce a rilanciare un filone che, dopo la fondamentale trilogia Jacksoniana, aveva perso smalto finendo relegato per lo più a produzioni dedicate ad un pubblico "giovane" o a b-movies che è meglio dimenticare
Il fantasy televisivo sta assumendo finalmente quella dimensione epica necessaria a intrattenere sia il grande pubblico che le platee più smaliziate. Ennesima dimostrazione, forse la più lampante in quanto trasposizione di una delle opere cardine del genere letterario, è Game of Thrones.
La serie, prodotta da HBO, e tratta dalle pagine scritte da George R.R. Martin (per altro non nuovo al mondo della televisione, fattore che gli ha permesso di collaborare anche alla sceneggiatura degli episodi) pubblicate in Italia da Mondadori, sta ottenendo un buon successo di pubblico, tale da garantirgli una seconda stagione già confermata, e dimostrando come anche il piccolo schermo possano essere luogo di opere di ampio respiro realizzate con una qualità che ha poco da invidiare alle uscite cinematografiche.
Dopo che è andato in onda l'ottavo episodio (sui dieci che compongono la first season) si può già trarre un bilancio quasi definitivo di questo primo viaggio nei Sette Regni. E' innanzitutto d'uopo fare un breve rimando alla trama, elemento fondamentale della saga cartacea, e che pur con debiti tagli è stata riportata alquanto fedelmente in immagini. Quando Jon Arryn, il Primo Cavaliere di Re Robert Baratheon, muore improvvisamente, il sovrano sceglie di designare il suo vecchio amico Eddard Stark, Lord di Grande Inverno e Protettore del Nord, come suo nuovo braccio destro. Stark, riluttante, accetta per via dell'affetto che prova per l'amico, ma finisce invischiato in un complotto che vede tra le sue fila anche la famiglia Lannister, di cui fa parte Cersei, la moglie del re. Nel frattempo il figlio bastardo di Eddard, Jon Snow, viene mandato alla Barriera, sorta di enorme catena montuosa che protegge il regno degli uomini dalle terre selvagge, dove le leggende narrano vivano gli Estranei, mistiche creature di ghiaccio in grado di seminare il terrore. Intanto l'erede dello scomparso re folle, ucciso per mano di Jaime Lannister (fratello gemello nonchè amante della regina), cerca di asso
ldare l'esercito di Dothraki, formidabili e brutali guerrieri delle terre al di là del mare, dando in sposa la sorella Daenerys al loro capo, Khal Drogo, e tornare così nei sette regni per riconquistare il trono.
Questo a grandi linee è l'impianto narrativo da cui poi partono decine di sottostorie e nel quale si trovano, da veri e propri co-protagonisti, personaggi indimenticabili. Il casting si è senza dubbio rivelato vincente, e in molti casi è sorprendente l'affinità somatiche e caratteriali degli attori con le loro controparti cartacee.
Due le punte di diamante in questo nutrito numero di interpreti: nei panni di Eddard Stark troviamo un Sean Bean ormai sempre più affezionato a ruoli in costume e in grado di imprimere al suo personaggio un'indubbia carica magnetica che lo rende, a conti fatti, il vero protagonista morale dei primi dieci episodi. L'altra menzione d'onore spetta al piccolo ma grande Peter Dinklage, l'attore nano visto in molti film come Funeral Party, qui nei panni di Tyrion Lannister, il figlio deforme ma astuto e intelligente della famiglia.
La realizzazione si attesta su livelli d'eccellenza per un prodotto televisivo. A cominciare dai costumi e le scenografie, in completa sintonia con le atmosfere medievali del romanzo, si comprende già la cura con cui Game of Thrones è stato realizzato. Attenzione riposta anche nelle scene più spinte, siano queste di violenza o di sesso: nei Sette Regni infatti il sangue scorre copioso, così come i corpi nudi si offrono alle telecamere con provocante naturalezza. Chi si attendeva un fantasy classico, sulla scia della controversa trasposizione dei romanzi di Terry Goodkind, La spada della verità (chiusa dopo due stagioni), rimarrà inizialmente spiazzato. Qui, come già si comprende in parte dal titolo, l'attenzione è incentrata sull'interazione tra i personaggi e i moltissimi intrighi che prendono luogo sin già dai primi minuti del pilot, e che sono destinati a plasmare la storia in maniera sublime e
perfettamente collegata.
Si spazia dalle fredde terre del Nord e gli angusti e glaciali spazi della Barriera, alle rigogliose terre del Sud, fino alle calde e aride lande dei Dothraki, in un continuo alternarsi di culture e tradizioni, con una precisa importanza riservata alla storiografia e agli eventi passati.
Di magia, elfi, e elementi classici del fantasy rinnovato da Tolkien, non ve ne è praticamente traccia, se non per qualche sporadico elemento in grado di rivelarsi fondamentale ai fini degli eventi. HBO, che già aveva dimostrato la sua maturità realizzativa con Rome, riesce a rilanciare un filone che, dopo la fondamentale trilogia Jacksoniana, aveva perso smalto finendo relegato per lo più a produzioni dedicate ad un pubblico "giovane" o a b-movies che è meglio dimenticare. Qui la cruda epica raggiunge livelli altissimi, in grado di affascinare al genere anche il grande pubblico, quello che più conta ai fini prettamente economici. E, per una volta tanto, immagine e sostanza convivono a braccetto.
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